Arte e amicizia nelle pagine di Dini Così Cabianca riemerge dall’oblìo
Grandi speranze. Le nutrivano due giovani artisti italiani dell’Ottocento tra loro amici, Giovanni Boldini e Vincenzo Cabianca. Boldini ebbe, ed ha, gran fama, Cabianca ne merita maggiormente. Francesca Dini ha appena pubblicato un corposissimo Vincenzo Cabianca. Catalogo ragionato (800 pagine, Silvana Editoriale, C. Balsamo – Milano), che fa il punto sul pittore.
L’AMICIZIA con boldini
Documenti e lettere, profili critici, intrecci artistici si svelano nel libro: così i rapporti con Boldini ne escono evidenti, e rivivono. Grandi speranze, come quelle di Pip nel romanzo di Dickens del 1861, sostennero i nostri nell’esistenza precaria ed entusiasta vissuta in nome dell’arte, come emulando i protagonisti delle Scene di vita di bohème del romanzo di Henri Murger (1851), tradotto in musica da Puccini. L’incontro tra Boldini e Cabianca avvenne a Firenze, dove Vincenzo giunse quando ancora era capitale del granducato. Boldini vi si trasferì qualche anno dopo. Sarà un po’ bohèmien la Firenze di Vincenzo e Giovanni, tra sedute di pittura intense, caffè, bisbocce, e canzonature, per via dei loro accenti settentrionali, aspri all’orecchio toscano. Nato a Verona nel 1827, il primo, Giovanni a Ferrara nel 1842, entrambi, già formati come pittori, si troveranno nella Firenze degli anni ’60 che cambiava, in procinto di diventare per poco la capitale d’Italia. L’idea era di accedere all’Accademia, ma ben presto gli amici gettarono alle ortiche quel modo tradizionale di dipingere, per aderire ad un movimento innovativo, detto dei Macchiaioli. La macchia prende colore e lo riversa sulla tela senza filtri e rigidità. Tema portante la vita quotidiana. Cabianca sarà più fedele alla linea macchiaiola rispetto a Boldini, che ne elaborò gli stilemi come ponte verso una cifra inconfondibile.
STRADE DIVERSE
Il talento di Cabianca si concentrò soprattutto sulle vedute, per rendere ampi spazi quasi spopolati e silenziosi, dove pare di poter ascoltare il rifrullo delle ali dei passeri. Boldini sarebbe divenuto uno dei più grandi ritrattisti di ogni tempo, pur senza limitarsi a questo genere. Dipinse almeno sei ritratti all’amico Cabianca, detto Cencio. Sono spesso di piccolo formato, talvolta scherzosi nelle pose. Il talento di Boldini esploderà poi a Parigi: Dini pubblica una lettera del 1873 del pittore Cristiano Banti, amico dei due, in cui si spiega che il ferrarese lì è richiesto al punto che i suoi acquerelli son prenotati «come si aspetta una medicina da fabbricarsi lì per lì». Cabianca possiede alcuni Boldini, tra cui La vecchina (un minuscolo olio su cartone), e nel 1882, in una lettera da Roma, dove si è spostato – e vi morirà nel 1902 –, scrive a Banti: «Non trovo olio possibile da condire le verdure. Vorresti tu prendere la Vecchina di Boldini, cambiandola con otto fiaschi di buon olio? Se lo puoi fare ogni qualvolta condirò l’insalata penserò a te e a Boldini». Scherzava, certo.
Col tempo Vincenzo e Giovanni hanno notizie l’uno dell’altro solo di riflesso. Nei suoi ultimi anni Cabianca dipinge meno, soprattutto acquerelli. Boldini prosegue un successo inesauribile. Vivrà trent’anni più dell’amico. Pur avendo sciacquato il pennello nell’Arno, rimarranno per tutti “il Ferrarese” ed “il Veronese”, macchiaioli per caso. —
M.T.
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