La Nuova Ferrara

Marani, Trieste e un amore senza confini «Città unica e universale, le devo molto»

Samuele Govoni
Marani, Trieste e un amore senza confini «Città unica e universale, le devo molto»

La fuga dalla provincia, l’università e la scoperta dell’Europa. Lo scrittore tresigallese torna con “La città celeste” 

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L’INTERVISTA



Si intitola La città celeste il nuovo romanzo di Diego Marani, edito dalla Nave di Teseo e da oggi in tutte le librerie. Il volume, che sarà presentato martedì alle 18.30 sulla pagina Fb di Libraccio Ferrara, arriva due anni dopo Il ritorno di San Giorgio. Con questa storia Marani torna agli anni della gioventù, l’adolescenza vissuta in provincia e la prima indipendenza negli anni dell’università a Trieste. La città celeste prende le mosse dalla vita dell’autore ma non è un libro autobiografico e la città capoluogo del Friuli Venezia Giulia è la grande protagonista di queste pagine.

Come nasce il romanzo?

«Ce l’ho in testa da anni ma non riuscivo mai a trovare la struttura adatta per scriverlo. È in parte una vicenda autobiografica ma volevo farne un romanzo a pieno titolo, non un memoriale. E soprattutto volevo che avesse come personaggio principale non l’io narrante ma la città di Trieste. Il materiale narrativo che avevo a disposizione era ridondante: c’era bisogno di selezionare le storie più efficaci e di cucirle insieme. Il confinamento dell’anno scorso mi ha dato il tempo di perfezionare la trama e infine di scrivere il romanzo».

Chi sono i protagonisti?

«La vera protagonista è lei, Trieste. Una città inclassificabile, miscuglio di culture e di lingue, una città che non appartiene a nessuno perché è rimasta cosmopolita, internazionale. Gli altri personaggi siamo io e i miei compagni di università che a Trieste ci siamo conosciuti e che siamo rimasti contaminati dalla sua singolarità. Venivamo tutti da diverse parti d’Italia e tutti fuggivamo da casa nostra perché eravamo degli animi inquieti, desiderosi di scoperte e a Trieste abbiamo trovato il posto adatto a noi, una città fatta di diversità e di varietà».

Perché ha scelto di ambientare la storia proprio lì?

«Se c’è una cosa che ho sempre apprezzato è la diversità culturale, l’apertura mentale, la non appartenenza. Trieste è una rara testimonianza di città a cavallo fra più culture, fra mondi diversi. Quando ci abitavo era attraversata da tre frontiere: una linguistica, una politica e una geografica. Lì si aggrovigliavano mondo latino e slavo, occidente liberale e oriente comunista, montagna, pianura e mare. Per me era una finestra affacciata su un mondo convulso e caotico, pieno di contraddizioni ma anche di stimoli, il mondo balcanico, che porta dentro di sé la frattura della cristianità latina e greca assieme alla frontiera ottomana e all’islam europeo. Tutto questo a Trieste era percepibile, vivo, acceso».

Cosa la lega ad essa?

«L’età della giovinezza che lì ho trascorso, la sua spensieratezza assieme alle illusioni e alle speranze che si nutrono sempre a vent’anni. Devo molto a Trieste di quello che sono diventato, anche io un cosmopolita e soprattutto un europeista. Quando si vedono le cicatrici che ha lasciato la storia in una città come Trieste, si capisce che l’unica soluzione per i nostri paesi è l’Europa unita. Trieste cosmopolita, metà slava e metà italiana ma anche germanica, non può stare in un solo paese. Appartiene a tutti o a nessuno».

Elisabetta Sgarbi ha dedicato due film a Trieste.

«Ci siamo arrivati ognuno con un percorso personale ma in parte l’abbiamo scoperta insieme e questo ha creato un legame fra noi. Ero anche io sul set di uno dei film di Elisabetta e uno dei suoi personaggi è nascosto nelle pagine di questo mio libro. Elisabetta poi ha avuto il merito di far conoscere agli italiani qualche autore della letteratura slovena triestina come Alojz Rebula. È un fatto molto importante».

Lo scorso aprile aveva detto che dopo il lockdown sarebbe partito per un viaggio.

«Appena sarà possibile voglio ubriacarmi di viaggi. Voglio tornare nei Balcani, una terra che ho scoperto per la prima volta proprio attraverso Trieste. In questi mesi ho cercato di mettere a profitto la solitudine leggendo e scrivendo. E una delle mie piste di studio è stata proprio la letteratura balcanica. Ho scoperto autori che non conoscevo, che spesso non sono tradotti in italiano ma che sono invece dei classici della letteratura europea».

Cosa si aspetta dai prossimi mesi?

«Un graduale ritorno alla normalità, anche se credo che il mondo non sarà più come prima. Forse da questo avremo imparato che siamo tutti legati dallo stesso destino - chiude - e che le frontiere segnate per terra dalle nazioni sono sbagliate,vanno invece tracciate dai principi e dai valori». —

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