La Nuova Ferrara

AUTORITRATTI-LA SERIE 

Bisi Fabbri, l’artista emancipata che credeva nel potere femminile

Micaela Torboli
Bisi Fabbri, l’artista emancipata che credeva nel potere femminile

Adrì dipingeva ossessivamente se stessa. Amava Boldini, Previati e Mentessi È autodidatta e l’arte diventa per lei il modo per sottrarsi dai problemi famigliari

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La pittrice ferrarese Adriana Fabbri (1881-1918), moglie dell’intellettuale concittadino Giannetto Bisi, fu una autoritrattrice seriale, volendo usare un neologismo. La mostra che il Museo del Novecento di Milano le aveva dedicata dal dicembre 2019, a cura di Danka Giacon e Giovanna Ginex, si è chiusa appena prima del deflagrare della pandemia. Rimane il suo ottimo catalogo, il quale pesca nel Fondo Bisi Crotti, donato al museo nel 2005 dagli eredi di Adriana.

DONNA EMANCIPATA

Che Adriana, detta Adrì, fosse fuori dall’ordinario, non si deduce dal fatto che era indipendente, che rivendicasse di essere un’artista, e insieme moglie e madre, ma dal livello delle sue opere. L’intelligenza non ha sesso, diceva. Ma il genere può essere un plus, mai un elemento secondario. «Io sono, io voglio essere un’artista», affermava Adrì. «Poi - diceva - sarò, naturalmente, una donna». Non poi, ma prima, in realtà. Lo testimonia un autoritratto del 1906 (tempera su cartoncino, collezione G.M.C.) dove Adriana è piegata sul foglio poggiato al tavolo da disegno, con le matite colorate, e i suoi occhi ci guardano torvi, perché è stata interrotta. Forse sta rubando tempo alle incombenze casalinghe o al lavoro. Un mestiere femminile, il suo: ricamava e cuciva abiti, perché la sua famiglia, benestante, aveva subìto un tracollo economico. L’arte, nella quale è di fatto autodidatta, riesce a distoglierla da tutto questo, vi si aggrappa. È acconciata con uno chignon alto che raccoglie le lunghe chiome rigonfie. Sembra banale, oggi, invece riprende la modernissima “Gibson Girl”, uno standard femminile (anni 1880-1910), per donne emancipate, lanciato negli Stati Uniti dall’illustratore Charles Dana Gibson. Adriana ammira Boldini, e quando visita nel 1905 la Biennale di Venezia, dove è esposto il ritratto che lui ha dipinto al collega americano Whistler, resta a bocca aperta. È dipinto «con una tale forza che spaventa, o meglio incanta e conquista» scrive a Giannetto. Quasi a punirsi, le forbici accorciano malamente i suoi capelli, ma poco cambia, dentro. A Roma, osservando donne eleganti, impellicciate, si sente sminuita, «io così piccola e sola, se non fosse che dentro di me ho l’arte mi ammazzerei», confida in una lettera. Atteggiarsi a maschiaccio era un’altra moda, insieme volontà di potenza e posa per farsi notare.

MAESTRI FERRARESI

Lo studio sul proprio corpo filiforme e sul viso irregolare (Bisi la chiama “Cavallina mia”) diventa costante. Grava su di lei il peso di parenti artisti affermati: lo zio Alessandro Mantovani attivo a Roma, la zia Rosina Gutti pittrice a Parigi, il cugino genio, Umberto Boccioni. Il critico ferrarese Nino Barbantini apprezza Adrì, ma non tutti la pensano come lui. C’è chi paragona la fissazione di Adrì per gli autoritratti alla «esaltazione delirante di una maniaca», non del tutto a torto. Tra i maestri ferraresi, oltre a Boldini, la pittrice ammira Previati e Mentessi, che la ricevono nei loro ateliers di Milano. Non appare chiaro se abbia intuito che a Ferrara, durante la Grande Guerra, si stava aprendo la grande stagione della Metafisica, un progresso artistico di livello internazionale, presenti nientemeno che De Chirico, Savinio, De Pisis e Carrà. Per lei la città è solo un porto sicuro, dove restano i suoi figli, Riccardo e Marco, insieme ai parenti. Quando Adrì sta finalmente sfondando nel mondo artistico, la salute l’abbandona definitivamente. Travedona, sul lago di Monate, è il luogo dove morirà, nel maggio 1918: sei mesi dopo venne firmato l’armistizio di Compiègne. —

(6 - continua)

Micaela Torboli

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