La Nuova Ferrara

Maineri, l’oblìo totale e la riscoperta Il drammatico trittico si vede in pinacoteca

Micaela Torboli
Maineri, l’oblìo totale e la riscoperta Il drammatico trittico si vede in pinacoteca

L’opera è stata acquistata due anni fa dalle Gallerie Estensi Non è un oggetto da viaggio, la cornice forse è stata tolta

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Con la riapertura di mostre e musei, anche la Pinacoteca Nazionale di Ferrara situata all’interno di Palazzo dei Diamanti in corso Ercole I d’Este è tornata visitabile. Nelle sale in questo periodo è esposto anche un prezioso “trittichetto” ligneo, un dipinto in tre zone realizzato da Francesco Maineri. Scopriamolo.

Nella sezione centrale del “trittichetto” sono raffiguranti le Crocifissioni, ai lati la Andata al Calvario ed il Compianto su Cristo morto. Ogni pannello misura 22,5x10 centimetri. È stato attribuito al nome del pittore parmense, ma di origini ferraresi, Giovan Francesco Maineri, attivo a Ferrara e Mantova tra 1489 e 1506, che non è tra i più noti del gruppo di artisti operanti nel Rinascimento estense. Per molte ragioni.

GALLERIE ESTENSI

Ad esempio e principalmente per via di una certa sufficienza, per non dir di peggio, con cui il cantore novecentesco dell’arte ferrarese, Roberto Longhi, critico intoccabile e venerato da stuoli di seguaci, tratta Maineri nei suoi scritti. Lo dice bigotto (non si sa in quale senso), affettato, anacronistico. Condanna totale, uguale oblio. L’opera entra di recente nel mercato antiquario, purtroppo non ne sappiamo la provenienza, ma nel 2019 viene acquistata per le Gallerie Estensi. Inedita, è accompagnata da uno studio di Andrea De Marchi

, Per gli inizi di Giovan Francesco Maineri fra Ercole e i tedeschi: una Passione in tre atti (London-Torino, Benappi Fine Art, 2019), che lo ha quindi potuto esaminare per primo. Non si tratta di un oggetto da viaggio, dotato di cerniere per chiuderlo, e lo stato attuale, rimaneggiato un paio di secoli or sono, fa pensare che sia stato privato di una specie di cornice. Andando oltre le considerazioni di De Marchi, è possibile dire, forse, che ornasse un mobile da sacrestia o un armadietto di una cappella privata. Una sorta di sportellini applicati su ante, poi tolti dalla collocazione originale e incorniciati insieme. Scrollandosi dalle spalle il peso immane del biasimo longhiano, De Marchi tesse le lodi del dipinto, che raffronta nel suo testo a tutta una serie di opere coeve. Colpisce la notevole ed inverosimile verticalità delle tre croci, del tutto antistorica (come si sarebbe potuto issare un condannato a tanta altezza?) e dovuta alla necessità compositiva di far muovere personaggi al di sotto della Vera Croce.

TESTI SACRI

Uno stratagemma pittorico comunque inserito nella tradizione settentrionale, ad esempio croci simili si vedono nella

Pietà Correr di Cosmè Tura, e nei veneti come Bellini e Mantegna, dove peraltro i ladroni, come qui, non sono inchiodati ai legni ma legati, secondo una scelta tipica dei pittori del Nord Italia o di chi al Nord studiò, ad esempio Antonello da Messina. I testi sacri comunque non sono concordi nella descrizione del supplizio di Disma e Gesta, come sono detti nei Vangeli apocrifi i due ladroni.

CATALOGO PERSONALE

L’opera, di vistosa drammaticità, è fitta di sottigliezze rare, e richiama anche i capolavori librari ferraresi costellati di miniature. Difatti Maineri era gradito alla corte di Ercole I d’Este, il più devoto e pio tra i signori di Ferrara, che proseguì la tradizione estense dei libri sacri riccamente decorati portata al suo punto culminante dal fratellastro e predecessore, il duca Borso. Pittura in piccolo è pure in questo caso quella di Maineri, che grazie a quest’opera amplierebbe, secondo De Marchi, il proprio smilzo catalogo.

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Micaela Torboli

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