Sguardi immortali nelle foto di Migliori: dopo sessant’anni il Delta parla ancora
Gli scatti del fotografo bolognese raccolti da Humboldt Books. Brondi firma l’introduzione: sono documenti storici lirici
Le foto scattate da Nino Migliori più di sessant’anni fa e che oggi compongono Gente del Delta 1958 (ed. Humboldt Books, 2020) non sono solo una testimonianza storica, sono anche e soprattutto il ritratto di un cambiamento. Di lì a poco i tempi sarebbero mutati definitivamente. La vita, sempre uguale e consolidata nel corso dei secoli, a cavallo degli anni Sessanta, sarebbe cambiata una volta per tutte. Il boom economico che già imperversava nelle grandi città sarebbe arrivato anche lì, dove il confine tra terra e acqua ancora oggi è labile. Le prime avvisaglie ci sono già nelle foto di Migliori: i manifesti appesi con i film della domenica nel cinematografo più vicino, e il ragazzo in Vespa che si spinge dalla città alla campagna più profonda per vedere com’è il mondo da quelle parti, sono i primi segnali del mutamento. I più anziani non fecero in tempo a vederlo o a comprenderlo, i più giovani in alcuni casi ne furono addirittura travolti. Il libro fotografico, con testi di Vasco Brondi, Mauro Zanchi e Corrado Benigni, riporta a quei giorni di povertà e fame. Tempi lontanissimi ma solo in apparenza.
IL PROGETTO
Un’escursione domenicale nel Delta del Po diventa un ritratto memorabile di un’Italia povera, oggi dimenticata. Nino Migliori, oggi 94enne, non era ancora un fotografo professionista, ma la sua curiosità verso luoghi, situazioni e persone era già vivissima. Nei suoi scatti coglie la difficile coabitazione tra uomo e natura: il fiume sempre presente, la campagna sterminata, le strade non ancora asfaltate, gli interni poveri delle abitazioni e piccole case con tetti di paglia che sembrano i capanni ripresi anche da Michelangelo Antonioni ne Il grido (1955).
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A Migliori non interessano le pose, vuole la vita e da quei luoghi la ottiene. Gli abitanti del Delta lo accolgono nei giardini e nelle case, gli consentono di assistere alla quotidianità. Ragazze che stendono i panni, bambini che giocano, uomini e donne che fanno di piccole barche i loro traghetti giornalieri. Ci sono ragazzini per la strada vestiti da adulti, adulti che giocano a carte nel bar e altri pronti per la caccia. Una coppia di fidanzati in gita sceglie un cortile come “scenario esotico” per la foto ricordo. In queste settantadue pagine la casa editrice ha saputo racchiudere un’epoca, un risultato non affatto scontato quando si parla di genti e territori. Nella sua sentita introduzione Vasco Brondi definisce le foto “Documenti storici lirici”. «L’autore bolognese - scrive Benigni - ci consegna una preziosa selezione di immagini che vanno oltre gli “scatti”. Hanno piuttosto la forza dell’icona. Attraverso queste fotografie compiamo un vero e proprio viaggio nell’Italia delle nostre radici, dentro una costellazione di tradizioni e antichi riti».
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FOTO E CANZONI
Nel corso degli anni il Grande Fiume ha attratto registi, fotografi e scrittori che a più riprese hanno cercato di descriverlo, raccontarlo, immortalarlo. Brondi qualche anno fa in un brano contenuto in Costellazioni (2014) ne ha cantato gli scenari contemporanei.
«Ho scritto - si legge nella sua introduzione - Blues del delta del Po pensando che al Mississippi praticamente è stato dedicato un intero genere musicale, mentre al Delta del Po neanche una canzone. Ho cercato di metterci dentro le storie di quei posti così come mi arrivavano a Ferrara, sicuramente distorte ed esagerate. Un universo parallelo e certamente più selvaggio e vitale di quello cittadino». E a proposito delle foto e dei suoi protagonisti, Zanchi dice: «È gente legata alla propria terra, con un’anima in cui scorrono sia l’acqua dolce del fiume sia quella salata del mare». E per chi è rimasto, è così ancora oggi. —
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