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LA CERIMONIA 

I Golden Globes fanno storia nel segno dell’inclusione

I Golden Globes fanno storia nel segno dell’inclusione

“Nomadland” si apre la via verso gli Oscar, Zhao prima regista donna dal 1987 Polemiche in streaming per l’assenza nella giuria di giornalisti di colore

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I Golden Globes fanno storia all’insegna dell’inclusione mentre Nomandland, con i premi per il miglior film e per la migliore regia, si apre la strada verso gli Oscar. Chloe Zhao è prima donna regista premiata dalla Hollywood Foreign Press in 37 anni dopo Barbra Streisand di Yentl. Leone d’oro a Venezia, il suo film ha trionfato nel corso di una serata «bicoastal» e quasi tutta virtuale che ha sofferto molto a causa della «Zoom fatigue». Ai premi c’è stato un pezzo di Italia: Io Sì/Seen di Laura Pausini ha vinto per la miglior canzone originale. Musica creata in Italia ha accompagnato del resto due dei film al centro della serata: Ludovico Einaudi ha firmato sia quelle di Nomadland che di The Father di Florian Zeller. Non ce l’ha fatta invece La vita davanti a sé di Edoardo Ponti, battuto tra i migliori film stranieri da Minari, una produzione in realtà tutta a stelle e strisce, ma che non è entrata nella rosa dei film migliori perché per più della metà è parlato in coreano. Polemiche avevano preceduto la serata.

LE POLEMICHE

Accettando i premi per miglior film comico e miglior attore in Borat Due Sacha Baron Cohen ha lanciato una frecciata alla Hollywood Foreign Press, i cui 87 membri non includono – ha scoperto la scorsa settimana il Los Angeles Times – un solo giornalista di colore: «Grazie alla giuria tutta bianca». Accettando il premio Cecil B. DeMille alla carriera, Jane Fonda ha rincarato la dose: «C’è una storia che abbiamo paura di vedere su noi stessi. Una storia su quali voci vogliamo elevare e quali mettere a tacere, di chi ha un posto a tavola e chi resta fuori dalle decisioni».

Forse per riparare alla crisi di immagine, la Hfpa ha assegnato a due attori neri, Daniel Kaluuya e John Boyega, i primi due premi della serata. Scontato il riconoscimento postumo a Chadwick Boseman, la cui interpretazione in Ma Rainey Black Bottom era stata l’ultima della carriera. Poche sorprese: oltre all’esordiente Andra Day per United States vs. Billie Holiday, Rosamund Pike ha vinto per I Care a Lot battendo Maria Bakalova, la giovanissima co-star di Borat e Carey Mulligan (Promising Young Woman). Escluso anche Mank di David Fincher, a mani vuote nonostante sei candidature, e Olivia Colman che finora aveva vinto ogni Globe per cui era stata candidata: ne aveva due in pista, per The Father e The Crown.

NETFLIX

I premi della Hfpa hanno di solito scarsa influenza sugli Oscar per via del calendario delle votazioni. Stavolta, a causa della pandemia, l’Academy comincerà a votare il 15 marzo ed è verosimile che i Globi di ieri abbiano più peso del solito. La Hollywood Foreign Press ne assegna ogni anno 25 per il cinema e per la tv. The Crown ne ha vinti quattro come migliore serie drammatica e per le interpretazioni di Emma Corrin, Josh ÒConnor e Gillian Anderson (Diana, Carlo e Margaret Thatcher).

Netflix, che ha portato lo show di Peter Morgan sul piccolo schermo, aveva collezionato 42 nomination e ne ha incassate 10 tra cui un paio per la Regina degli Scacchi. In parte di Netflix è anche il successo di Schitt’s Creek: la serie canadese di Daniel Levy che aveva fatto man bassa agli Emmy è stata premiata come migliore dell’anno e per l’interpretazione di Catherine ÒHara. —

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