La Nuova Ferrara

Il viaggio verso la morte della pediatra ebrea Eterno simbolo di libertà

Riccardo Modestino
Il viaggio verso la morte della pediatra ebrea Eterno simbolo di libertà

Da lunedì il ricordo di Maria Zamorani sarà indelebile nel luogo dove curò i bambini Il dottor Modestino ripercorre quei giorni terribili della prima deportazione a Fossoli

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Lunedì si inaugura la targa in memoria di Maria Zamorani, pediatra ebrea morta ad Auschwitz. L’iniziativa si colloca nell’ambito della Giornata internazionale della Donna e rende omaggio e onore a una figura femminile di alto profilo etico e professionale, che ha contribuito con la vita a testimoniare la cifra dei principi di libertà, uguaglianza e democrazia. Ecco uno scritto in suo ricordo del dottor Riccardo Modestino, presidente dell’associazione De Humanitate Sanctae Annae odv.

Nel febbraio 1944 la nebbia gelata è ancora tutta avvolgente la natura dormiente, qui a Zerbinate, fra Stellata e Pilastri di Bondeno – e non sembra che i raggi di sole possano, come farfalle in volo, far scomparire rapidamente quello sguardo fisso sull’orizzonte, quasi vuoto, che talvolta mi prende, in una struggente malinconia.

Ero arrivata, un giorno autunnale del ’43, in quella casa – la Fuscarda questo era il nome dell’azienda –, prossima a via Argine Campo, che sinuosa si allungava sino a Porcara, sulla destra, e a Pilastri, girando a sinistra, dopo quel querceto che filava l’aria come fosse uno squadrone a cavallo. Alla fine di novembre, l’affittuario che governava quei 30 ettari con amore quasi tellurico, aveva sacrificato un maiale, per la ricorrenza di Sant’Andrea, e intorno al tavolo di legno, riccamente imbandito, eravamo stati bene. Subito dopo le feste natalizie, le ultime-ricordi Vittore le mie lettere affettuose per la festa imminente del carnevale ebreo, il Purim? – di quell’inverno così freddo che ti penetrava dentro, nel profondo, raggelando anche i sentimenti più intimi. Fuggivo dalla città pentagona, Ferrara, ove ero nata, 50 anni fa, in via Madama, 41. La polizia fascista mi stava cercando e sentivo, come le spire di un serpente, che la morsa si stava stringendo, lasciandomi senza speranza.

Nei mesi a Zerbinate, fra i mobili dalla mia stanza da letto che avevo portato con me dalla casa di via Montebello 38, nella calda dimora del mio affittuario, avevo trascorso giornate di lettura e solitudine nella mia stanza, nel conforto di quella famiglia buona che regolarmente veniva nella mia casa madre, a Ferrara, a pagare la pigione, senza mai dimenticare l’omaggio di un cappone da cucinare insieme. Ero affezionata ad alcune opere d’arte, fra cui quella statuetta, il Broncio di Enzo Nenci – lo scultore me l’aveva regalata qualche anno prima – che mi ricordava l’espressione di Carolina, quando le sue parole non trovavano ascolto, di ritorno da scuola. E io per lenire quello stato d’animo amaro e risentito, le avevo regalato una bambolina dai capelli rossi che aveva illuminato di una gioia immensa i suoi occhi buoni.

IL RISCHIO

Finché un giorno, presa da una angoscia improvvisa, mi decisi: sarei tornata a Ferrara e d’accordo con il professor Dell’Acqua, mi sarei fatta ricoverare nel reparto di medicina da lui diretto all’Arcispedale Sant’Anna. Così avvenne il 2 marzo del 1944. Alla vista medica, nell’anamnesi, faceva bella mostra di sè l’artrite cronica deformante, i toni cardiaci cupi, una serie di tonsilliti recidivanti e una foruncolosi diffusa, associata a uno stato scadente, sia come nutrizione che come sanguificazione. Deformazioni notevoli alle mani e ai ginocchi: il professore aveva raccomandato una cura lunga in ospedale, per consentire un buon recupero, specie nella motilità degli arti. Ma all’improvviso il 21 aprile mi informarono che l’indomani dovevo prepararmi per un lungo viaggio. Avvenne così che, come ebrea, venni inviata il 22 aprile 1944 a Fossoli, presso Modena, dove un vasto campo di internamento, già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americani, andava raccogliendo gli appartenenti alle numerose categorie di persone non gradite al neonato governo fascista repubblicano.

Al momento del mio arrivo il numero dei prigionieri era in continuo aumento sino a raggiungere, nelle settimane seguenti, quello di oltre seicento. Si trattava per lo più di intere famiglie, catturate dai fascisti o dai nazisti per loro imprudenza, o in seguito a delazione. Alcuni, pochi si erano consegnati spontaneamente, o perché ridotti alla disperazione dalla vita randagia, o perché privi di mezzi, o per non separarsi da un congiunto catturato, o anche, assurdamente, per «mettersi in ordine con la legge» (Primo Levi, Se questo è un uomo). Avevo chiesto alla mia fidata Maddalena di farmi avere delle maglie pesanti, nel caso in cui fosse iniziato l’altro viaggio in treno, quello verso terre lontane di cui si sentiva parlare dai profughi polacchi e croati. Il “dottor Bruno” (Bruno De Benedetto, ebreo, pediatra, internato il 7 dicembre ’43) mi aveva visitata, nell’infermeria, con grande zelo, appena giunta al campo di prigionia, e mostrandogli le mie mani deformate dalla poliartrite deformante, di cui soffrivo da una decina d’anni, aveva scosso la testa, alludendo all’impossibilità di una terapia se non palliativa. Un giorno, poco prima che io facessi ingresso a Fossoli, Bruno aveva visto rastrellare davanti ai suoi occhi settanta compagni di prigionia, come rappresaglia a un attentato a sette SS avvenuto a Genova. Saranno trascinati e uccisi poco distante, a Cibeno, dopo essere stati costretti a scavarsi la fossa comune.

IL DRAMMA

E la vita nella palazzina ove ero stata rinchiusa, quella numero 13, trascorreva così veloce che sembrava di stare su un treno invisibile che prima o poi sarebbe sbucato dalle viscere della terra per portarci in un cielo lontano. Eravamo tutte donne, di diverse Paesi, ebree, comuniste, zingare, ciascuno a suo modo ribelle verso quel mondo crudele che aveva tolto la fierezza di vivere, nel ripiombarci continuo delle barbarie della violenza cieca e della cupa ignoranza. In quella baracca, al freddo e al gelo di quelle giornate invernali, ripensavo ai miei amati poeti, fra cui spiccava il giovane ligure (Eugenio Montale) che qualche anno prima (1939), nella silloge Le Occasioni, aveva, con nuovi versi, vagheggiato un’ipotesi salvifica affidata alla presenza femminile, in grado di mutare favorevolmente il corso degli eventi.

Eppure, nonostante tutto, amavo il mio tempo, perché era il tempo in cui tutto viene meno ed era forse, proprio per questo, il vero tempo della fiaba. E, un pensiero dietro l’altro, come due bambini rincorrenti, sentivo come l’incontro con Dio era forse nell’atto di scrivere. Una solitudine estrema che ne incontra un’altra. Di analogia in analogia e di trasferimento in trasferimento, si affermava in me il concetto che la conoscenza per la quale le diverse scienze, la matematica, la medicina, praticata con affabilità nell’incontro con la sofferenza dei malati più indifesi, i bambini, non erano altro che un rapporto diretto con l’amore. E con questa convinzione mi abbandonavo tra le braccia di Morfeo, nella speranza che nelle ore della notte, fra colori fluttuanti, comparissero due angeli salvatori e mi portassero via, tra le mie divertite passioni.

Nel petto, una dolcezza inquieta, per miracolo taceva la guerra, e nei sogni sognavo come anche a noi, poveri prigionieri di quell’inferno oscuro, toccasse la nostra parte di ricchezza, “l’odore dei limoni”. In quei silenzi vedevo le cose che si abbandonavano e sembravano vicine, “a tradire il loro ultimo segreto”. Lo sguardo frugava d’intorno, la mente indagava nel profumo che dilagava quando il giorno più languisce. Sono i silenzi in cui si poteva scorgere, in ogni ombra umana che si allontanava, qualche disturbata divinità. —

Riccardo Modestino

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