Bonzagni, il pittore centese ribelle che rifiutò di aderire al Futurismo
Faceva lavori di copisteria e fu notato dalle sartorie milanesi per le quali lavorava L’opera risalente al 1916 richiama un dipinto di Dosso Dossi conservato a Budrio
No, non è un “rictus tetanico” (la contrazione spasmodica di chi è assalito dal morbo), come qualcuno ha scritto, quello che compare sul viso di Aroldo Bonzagni nell’autoritratto che il pittore centese eseguì nel 1916. Si tratta invece, probabilmente, di una colta ispirazione artistica ferrarese. Vediamo come. Bonzagni nasce a Cento nel 1887: il padre naturale è assente, la madre si marita con l’artigiano Bonzagni, appunto. Per dare ali al talento precoce di Aroldo, ai primi del Novecento ci si risolve al trasferimento a Milano per iscriverlo a Brera.
IL PERSONAGGIO
Carattere ribelle e sanguigno, ironico, beffardo, non poteva non aderire alla rivoluzione Futurista, almeno al suo inizio. Per sopravvivere faceva intanto lavori di copisteria presso studi legali. Fu notato dalle sartorie milanesi che gli richiedevano figurini di moda. Grande illustratore satirico di temi politici, pur senza schierarsi apertamente (malgrado la sua collaborazione con L’Avanti!), si dedicava spesso a condannare con la sua arte le guerre che si succedevano. Frequentava i negozi milanesi di abbigliamento maschile all’inglese – era un dandy – per i quali dipinse cartelloni da esporre in vetrina, così audaci che si fece intervenire la Questura: reagiva beffandosene.
LE FREQUENTAZIONI
Amico di Carrà e Boccioni (entrambi legati per vari motivi a Ferrara), non sempre venne capito. Alcune sue opere furono rifiutate dalla Nazionale di Brera, così organizzò una specie di Salon de Refusés alla parigina. Il vigore quasi espressionistico della mano di Bonzagni lo allontanava presto dai primi approcci al Divisionismo, cui lo spingevano i ferraresi a Milano, come Previati e Mentessi.
L’OPERA
Sentiva un maggior interesse al vero, ma questo lo portava anche a non apprezzare alcuni eccessi modernistici in voga. Un uomo di tal fatta, come poteva autoritrarsi? In modi diversi, in tempi diversi. Il più denso e dinamico è l’autoritratto del 1916, nel quale è più che ilare, in modo insolito, spinto. Il dipinto ha forse un precedente illustre. Si tratta di un vivace ritratto maschile della Pinacoteca Civica Inzaghi di Budrio (Bo). Un uomo barbuto, vestito in modo esotico, che ride di gusto, girando la testa. Per alcuni si tratta di un buffone, altri lo dicono essere Democrito, l’antico filosofo greco che viene raffigurato mentre si fa una bella risata “filosofica”.
L’ISPIRAZIONE
Il quadro di Budrio è di Dosso Dossi, e perciò del ’500, o di Giuseppe Caletti detto il Cremonese, attivo a Ferrara nel secolo seguente? La Inzaghi preferisce tuttora dirlo di Dosso, artista ben più noto e quotato di Caletti, al quale però nel 1951 lo ha restituito il critico Nicola Ivanoff (in “Emporium”, vol. CXIV, n. 680, p. 78), una voce autorevole. Dosso ritrasse spesso personaggi dalle espressioni forti, ridanciane, quasi caricature, ghigni. Ma lo stesso è anche in Caletti, che traeva ispirazione dai predecessori, fino al punto di definirlo talora come un imitatore. Bonzagni poteva aver visto l’opera di Budrio, che è poco lontano da Cento. In entrambi i Comuni era attiva la Partecipanza Agraria, cui fu donato nel 1824 il patrimonio artistico del capitano Domenico Inzaghi, compreso il nostro dipinto. Erano le radici di Aroldo. Se usciva dall’Italia, poi, ne aveva nostalgia, come quando, nel 1914, si recò in Argentina. Tornò dopo un annetto. Mal gliene incolse.
GLI OMAGGI
Cagionevole di salute, si buscò la “spagnola”, una terribile forma di influenza pandemica che lo stroncò a Milano poco più che trentenne, nel 1918. La Galleria d’Arte Moderna di Cento a lui dedicata fu istituita nel 1959 grazie al contributo della sorella Elva. Gli sono intitolate strade a Cento, Ferrara, Milano e pure a Modena, dove nel 1911 dipinse con assoluta maestria nella Villa San Donnino. —
(9 - continua)
Micaela Torboli
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