La Nuova Ferrara

l’opera 

“Allegoria del buon governo” di Venturini Un tesoro cinquecentesco ancora attuale

Micaela Torboli
“Allegoria del buon governo” di Venturini Un tesoro cinquecentesco ancora attuale

Il quadro è custodito nella galleria Bper Banca di Modena ma la parte alta, una lunetta separata, si trova in Francia

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La cosiddetta Allegoria del Buon Governo dipinta da Gaspare Venturini, un maestro quasi dimenticato della Ferrara della fine del ’500, merita una rilettura e un aggiustamento iconologico. Il quadro appartiene alla Galleria Bper Banca di Modena. Il quadro (cm. 59x68) faceva parte degli arredi originali di Palazzo dei Diamanti, e fu pagato nel 1593 al pittore estense, che lo aveva eseguito per gli appartamenti diamanteschi di Cesare d’Este e della moglie Virginia de’ Medici, convolati a nozze nel 1586. Che però esso si trovasse negli ambienti riservati di Cesare è improbabile.

IL DIPINTO

Il tema trattato nel dipinto nulla ha a che fare con il titolo noto, va un po’ meglio quando viene proposto come Felicitas. Meglio ancora sarebbe Allegoria matrimoniale Este-Medici. Va spostato a tematiche legate a Virginia, innanzitutto per la presenza, in alto, di putti reggenti tre sfere rosse, che altro non sono che le celebri “palle” medicee, l’elemento araldico che connota lo stemma della casata fiorentina. Il numero delle palle (dal misterioso significato) è variabile, ma di norma nello stemma ne sono previste cinque di rosso ed una d’azzurro caricata da tre gigli d’oro: i due stemmi conosciuti di Virginia nel “partito” estense seguono la tradizione. Le palle vanno in genere da tre su su fino a undici, o addirittura in “seminato”, ovvero sparse per tutto il campo dello scudo, del quale esistono almeno tredici varianti. La parte superiore del dipinto ferrarese terminava in forma tonda e ne fu ricavata la lunetta separata (studiata da Sonia Cavicchioli), oggi in una collezione privata francese. Essa reca altre due palle medicee rosse, quindi porta il totale a cinque, più quella d’azzurro gigliata, e presenta insieme la famosa Aquila bianca estense “al naturale”, non stilizzata. È una libera interpretazione dello stemma Este-Medici. Il quadro di Venturini stava forse nelle stanze di lei e non in quelle maritali, anche perché la sofisticata raffigurazione sottostante alla zona araldica altro non è che un richiamo alla femminilità e alle sue prerogative. Vi si vedono le tre Grazie, ovvio l’omaggio alla bellezza della sposa fiorentina. Accanto, su un carro trainato da serpi, sta la dea Cerere, che somiglia assai ai ritratti di Virginia.

Divinità materna legata alla fertilità della terra, protettrice del matrimonio e della nascita, donatrice dei frutti e dei fiori, Cerere corrisponde alla greca Demetra. Come scettro reca in mano il caduceo, la verga sormontata da bisce intrecciate, simbolo di prosperità e pace, comune ad altri dei, come quello famoso di Mercurio. Il suo carro è ornato da un puttino che tiene uno specchio. Secondo lo scrittore e geografo greco Pausania (II sec. d.C.) a Patrasso, davanti al tempio di Cerere, esisteva una fonte che permetteva, grazie ad uno specchio magico poggiato sul pelo dell’acqua, di vedere in anticipo la salute futura, buona o cattiva. È la catottromanzia, divinazione tramite oggetti riflettenti.

CANTAVA LE PASSIONI

Chi propose agli Este l’erudito argomento adattò quanto descritto da Pausania, e fece dipingere lo specchio per decorare il carro divino. La figura femminile in piedi, sulla destra del quadro, è la più ostica da decifrare. Sorregge uno strumento a corde simile all’arpa, detto in Grecia magadis o peektis. Forse la donna è la poetessa Saffo, abile musicista, inventrice, si diceva, dello strumento. La coppa d’oro nella destra richiama la sua invocazione ad Afrodite, «qui, Cipride, concedi che in coppe d’oro con lieve gesto possa versare nettare divino». Mostra assai inclinato, malferma e quasi minacciosa, il prezioso oggetto, può darsi che sia stata dipinta in tal modo non solo per allusione all’ubriachezza che rende insicure le prese, ma perché dalla sua offerta rifugge la virtuosa Cerere, nemica del vino, che era proibito nelle feste in onore della dea, i Cerealia. Infatti Cerere volta il viso altrove mentre l’altra la fissa, e invano chiede attenzione. Saffo non era nota nel ’500 solo per i suoi amori femminili, e si credeva che avesse trovato la morte suicidandosi per il rifiuto da parte del bel Faone di unirsi a lei. Cantava tutte le passioni, specie se carnali. Disdicevole. Saffo (se l’ipotesi è corretta) non stonerebbe in tale contesto, aderendo l’idea ai giochi culturali allusivi in voga a corte. L’allegoria è un invito ad essere una graziosa, feconda, casta sposa, rifuggendo le infatuazioni e gli eccessi, anche se ammalianti. Il quadro di Venturini poteva andar bene in una camera da letto matrimoniale, o nelle stanze di Virginia in palazzo, come quella detta “del parto”, della quale ci parlano i documenti. Virginia, che ebbe almeno una decina di figli, si dimostrò degna seguace di Cerere. —

Micaela Torboli

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