Luzi e la «tristezza del tempo» Così è nata la pièce ferrarese
Il poeta toscano si confronta con la dimensione umana del figlio di Dio Scrisse i versi nel 1999 per la via Crucis al Colosseo
Da quando Giuda lo baciò nell’Orto degli Ulivi il Messia scivolò rapidamente nel buio della morte, della «casa dove si riunisce ogni vivente». Una morte per avverare le Scritture che egli sentiva rimediabile, ma che temeva con tutto se stesso. Comincia così La passione di Mario Luzi, il monologo in versi che ha ispirato Michele Placido e Moni Ovadia nel concepimento dello spettacolo Passio Christi, visibile sul canale Youtube del Teatro Comunale Abbado, da oggi a lunedì.
I VERSI
Il poeta toscano lo aveva composto per la Pasqua del 1999 in occasione della Via Crucis al Colosseo presieduta da Giovanni Paolo II. Lo rapì subito l’idea di confrontarsi con la dimensione umana del figlio di Dio, ma immedesimarsi in chi fu privato della luce dai suoi simili lo travolse per settimane per poi renderlo più consapevole: «Restai a rimuginare e ad ascoltare mentalmente quella affannosa parlata del Cristo che intanto stava prendendo il via nell’intimo del mio convincimento», raccontava Luzi ai suoi lettori.
IL TEMPO
Da un lacerto del Vangelo secondo Matteo (26, 36. 39. 47-49) il poeta raffigura ogni stazione attraverso il flusso di pensieri del Cristo, quasi si interrompa solo per rapprendersi sulla carta, per conficcarsi come una scheggia senza tempo. È «la tristezza del tempo» che introduce i concetti di redenzione e di ascesa, è l’accettazione della propria finitezza che consente a ciascuno di scegliere un amore luminoso per il prossimo, persino per Quinto Cassio Longino, e non un oscuro rancore per la sua lancia.
DONNE E DOLORE
«Ascoltando il testo di Luzi ci siamo rivolti a una passione che si è ripetuta nei secoli e senza pietà – sostiene il direttore artistico Moni Ovadia – Dopo la crocifissione di Gesù l’umanità non ha fatto altro che alzare croci per sacrificare altre vittime. Non a caso, papa Wojtyla considerava i lager nazisti il Golgota del ventesimo secolo. Persecuzioni, discriminazioni, morti per fame o per malattie curabili continuano a imperversare». Davanti al vuoto che la paura ha suscitato in cima al Calvario restano tre donne sotto la croce a sostenere un dolore straziante: «Sono Maria sua madre, / Maria di Cleofa e Maria di Magdala». Sia il libretto sia lo spettacolo si oppongono all’odio insensato con il bisogno di ritrovarsi negli altri che definisce ogni individuo. D’altronde, Luzi conclude con un coro in preghiera e con la speranza che nessuna pietra sepolcrale possa fermare mai la vita: ogni sofferenza può risolversi prima del terzo giorno. —
Matteo Bianchi
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google