La Nuova Ferrara

Atroce e dolcissimo Il canto di Baudelaire rivoluzionò tutto e ci ipnotizza ancora

Fabio Canessa
Atroce e dolcissimo Il canto di Baudelaire rivoluzionò tutto e ci ipnotizza ancora

Il poeta dei “Fiori del male” nasceva 200 anni fa a Parigi Una vita di dolore ed eccessi sublimata in versi immortali

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Fabio Canessa

Duecento anni fa, il 9 aprile 1821, nasceva a Parigi Charles Baudelaire, rimasto uno dei pochi poeti che conta, anche da noi, legioni di devoti ammiratori. Così in anticipo sui tempi da essere sentito ancora oggi come un contemporaneo. Così rivoluzionario da aver fatto invecchiare di botto tutti gli scrittori precedenti e rendere antiquata l’aura del vate. Rispondendo a un tale, stupito di aver sorpreso un così insigne poeta in un sordido bordello, è lui stesso a dichiarare di aver perduto per strada l’aureola, scivolatagli dalla testa mentre cercava di scansare le carrozze nel traffico di un boulevard e di averla lasciata volentieri lì, insieme alla «dignità che mi annoia» per «andarmene in giro in incognito a compiere le azioni più vili».

una vita tormentata

La sua vita è il calvario di una personalità geniale e irrequieta, dal «cuore buono» ma con una «mente che bisogna rendere stabile», per la quale, fin dall’adolescenza, «tutto è diventato indifferente». Orfano di padre dall’età di sei anni, dopo che la madre si risposa con un generale, Baudelaire appare segnato da una sindrome dell’abbandono che diventa esilio, fisico e spirituale. Un perenne vagabondaggio per le vie di Parigi, da un albergo all’altro, fra osterie e bordelli, che riflette uno sradicamento esistenziale, fatto di solitudine e autolesionismo. Fino all’isolamento assoluto dell’ultimo periodo, vissuto nell’odiato Belgio, da dove, colpito da ictus, fu trasferito dalla madre a morire a Parigi nel 1867.

Il contrasto con il patrigno generale, l’identificazione con la vita e l’opera di Edgar Allan Poe, il rapporto quasi filiale con il critico Sainte-Beuve (che invece diffidava di quel giovane irregolare), l’amore bruscamente interrotto per la cortigiana Apollonie Sabatier sono i principali dati biografici dell’autore di un capolavoro della letteratura di tutti i tempi come “I fiori del male”, libro «atroce e dolcissimo», secondo la definizione di Antonio Prete che lo ha tradotto e studiato.

poeta metropolitano

Una raccolta tutta interna alla città di Parigi, capace di captare il ritmo del rumore quotidiano, la malinconia della modernità e lo strazio dello spaesamento. Perché Baudelaire è il primo poeta metropolitano, immerso nella confusione di quel groviglio di relazioni e guazzabuglio di emozioni che è la caotica città moderna. Ne è esempio “A una passante”, dedicata alla apparizione (e all’immediata sparizione), in mezzo alla strada assordante, di una bella sconosciuta di cui il poeta incrocia lo sguardo: poesia dell’istante, della fugacità tipica del mondo moderno, è la celebrazione del fascino e del tormento di provare, nell’incessante transitare dell’individuo fra la gran massa di una folla anonima, il brivido di felicità provocato dall’incontro di un attimo, subito inghiottito dal flusso cittadino.

Così lo sguardo febbricitante del poeta è sempre all’erta per cogliere i frutti effimeri (e perciò struggentemente incantevoli) della rutilante esperienza quotidiana. Allo stesso modo si comporta il sole che, “quando, come il poeta, discende nelle strade/ fa nobile la sorte delle cose più vili”. L’indissolubile nesso che lega orrore, bellezza e infelicità si gioca tutto nella dimensione dell’interiorità, tra la nostalgia di un passato familiare, a misura d’uomo, e il fascino turbinoso del vitale caos metropolitano. E se gli altri sono una massa anonima, dedita al consumo e ostile o indifferente all’arte letteraria, il poeta si sentirà rifiutato: il suo destino di emarginato della società industriale è rappresentato da “L’albatro”, l’uccello marino che vola libero ed elegante nel cielo ma diventa goffo e ridicolo quando, catturato dai marinai, viene portato sulla terra.

arte e scandalo

Per questo il poeta, che non è più sentito come il portatore della verità, in sintonia con gli ideali e i valori di tutti, dovrà provocare i lettori, scuoterli e scandalizzarli, ostentando pose da dandy libertino e sconvolgendo il linguaggio poetico con uno stile dal ritmo franto e nervoso, oscuro messaggero dell’angoscia universale. Lo scandalo esplose, infatti, perché “I fiori del male” nel 1857 fu processato per oltraggio alla morale pubblica, con la condanna dell’autore e dell’editore a una multa e alla censura di sei poesie per oscenità. Mentre in Italia Giosue Carducci non aveva ancora scritto “T’amo pio bove” e “Davanti San Guido”, Baudelaire già cantava il vino, i paradisi artificiali della droga e l’erotismo perverso. Soprattutto cantava lo spleen, un misto di malinconia, depressione, disgusto e noia, espresso però in versi di sublime bellezza.

fra cielo ed abisso

Il nocciolo della poesia baudelairiana sta proprio nel contrasto fecondo tra la cupa disperazione di un orrore senza speranza e la sua trasfigurazione in un linguaggio di assoluto rigore espressivo. Sonorità auliche, avvolgenti e ipnotiche raccontano carceri muffite, pipistrelli e ragni nel cervello, così il massimo del realismo doloroso sfiora il surrealismo più raccapricciante con l’immagine della bandiera nera che l’Angoscia pianta sul cranio: la descrizione di un’emicrania fisica ed esistenziale attraverso l’opprimente climax di analogie, allegorie e metafore terribili. Una visione antiborghese e anticonformista, nemica dell’utile e del progresso, della retorica ruffiana e del facile sentimentalismo. Un’anima divisa tra il cielo e l’abisso, tra l’ansia della purezza rappresentata dall’infanzia e da Dio e l’attrazione di abbandonarsi alla colpa, al vizio e al peccato.

UN CUORE MESSO A NUDO

Nemico giurato della logica razionale, il poeta delle “Corrispondenze” si aggira attraverso le «foreste di simboli», lui che è il decifratore dei segreti ultimi delle cose, dove «profumi, calori e suoni si rispondono» e hanno «il respiro delle cose infinite», tra visibile e invisibile, tra materia e spirito. Nei suoi versi ogni cosa è meravigliosamente e cupamente ambivalente: la natura è il male, ma anche il luogo mitico dell’evasione esotica, dove «tutto è ordine, bellezza, lusso, calma e voluttà»; la donna è angelo consolatore e sadico demonio; la città è una triste prigione ma anche un artificio affascinante che rapisce l’anima. Peccato che l’esperienza ci dimostri che «l’aspetto di una città muta più presto, ahimè, che il cuore dell’uomo».

Un cuore «messo a nudo», come lo stesso Baudelaire intitolò un suo diario intimo. Una lettera della madre, scritta dopo la morte di Charles, rimpiange che il figlio abbia rifiutato di lasciarsi guidare dalla morale borghese del patrigno: «non avrebbe lasciato un nome nella letteratura, è vero, ma saremmo stati tutti e tre più felici». La risposta del figlio era già stata scritta dieci anni prima: «essere un uomo utile mi è sempre parso qualche cosa di rivoltante». —

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