La Nuova Ferrara

a 21 anni dalla morte 

I cantori della ferraresità Bassani e Rossi, un destino comune e incancellabile

Maria Cristina Nascosi
I cantori della ferraresità Bassani e Rossi, un destino comune e incancellabile

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La giornata di oggi segna i ventun anni dalla morte di Gianfranco Rossi e di Giorgio Bassani (nella notte fra il 12 e il 13), il cantore della ferraresità a tutto tondo. Ambedue i cugini, studiosi, letterati, cultori del cinema e molto di più. Ma, soprattutto, innamorati della “loro” Ferrara che non dimenticheranno mai in tutti i loro scritti, più o meno velatamente o in modo eclatante.

Figli e padri di parte della cultura del Novecento a tutto tondo, erano di fede ebraica: nel ’38, subirono dolorosamente, in modi diversi, le ingiurie delle leggi razziali, ferite indelebili, indimenticabili che segnarono, per sempre, la loro ars poetica e scrittoria e il loro modus vivendi. Il loro “essere ebrei”, la loro perpetua “erranza”, da sempre hanno fatto parte del tessuto della loro esistenza, li ha diversificati e “resi parte”, rispetto ai concittadini e alla storia. Di Bassani si può ben dire che molto amasse, poiché molto la citò nei suoi scritti, la lingua dialettale di casa sua che, diceva, si manifestava sempre nel vero cittadino estense: «Il vero ferrarese – affermava – si esprime in italiano, ma termina ogni suo ragionamento con una frase in lingua dialettale, per rafforzare quanto vuole esprimere».

Un concetto che aveva fatto suo anche il senatore Mario Roffi, mecenate d’elezione per decenni per la città di Ferrara, lui modenese – spilambertese – di nascita, mancato alla sua città d’adozione nel marzo 1995. E l’aveva talmente fatto suo da esaltare la traduzione in lingua dialettale ferrarese eseguita dall’intellettuale Giulio Neppi, ai primi del Novecento, di un classico come l’Aminta, la bella favola pastorale di Torquato Tasso. Lui che, come Bassani, era gran traduttore di classici internazionali come Racine o Keats. Si erano conosciuti, Bassani e Roffi, in età giovanile: lo scrittore, in Roma, Inverno ’44 (Pagine di un diario inedito), pubblicato per la prima volta solo nel 1964, lo afferma quasi di sfuggita, una piccola citazione-ricordo, quasi velata, tra le righe, chissà perché. Il breve testo è la narrazione drammatica e dettagliata, già in puro stile bassaniano, di ciò che accade nella Capitale tra il 25 gennaio e il 19 febbraio. È il periodo in cui collabora con Italia libera, organo degli azionisti, e compone numerosi versi. In estate è a Napoli, città già liberata dagli anglo-americani, dove incontra Longanesi, Soldati – che diverrà uno dei suoi sodali più vicini e intimi –, Omodeo, Trombadori, Elena e Alda Croce e, probabilmente, l’altro grande artista ferrarese di origine ebraica: Arnoldo Foà, allora autore di testi per la radio alleata. Un anno di grande dolore, quel 1944, per Giorgio Bassani: una parte dei suoi congiunti rimasti a Ferrara sarà infatti deportata nei campi di sterminio di Buchenwald. —

Maria Cristina Nascosi

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