Il saccheggio umano devasta l’ambiente Troppi i problemi da affrontare subito
Trovano conferma le previsioni più nere dei massimi esperti Viaggio nel movimento ambientalista, da Carson a Greta
Il 22 aprile si celebra la Giornata mondiale della Terra (Earth Day), giunta alla 51esima edizione. Voluta dalle Nazioni Unite, è la più grande manifestazione ambientale del pianeta e si celebra in 192 Paesi. In una società che pare sempre più vicina al suo collasso, questa edizione assume un significato molto speciale. È ormai riconosciuto non solo dalla buona scienza, ma anche dalla maggior parte degli opinionisti come il saccheggio ambientale, perpetrato dall’uomo specie negli ultimi 50 anni, sia alla base dei nostri principali problemi, coi quali dovremo confrontarci nel presente e immediato futuro.
Fra questi ve ne sono alcuni che, a mio giudizio, sono più gravi di altri e andrebbero affrontati con la massima urgenza. 1) Il cambiamento climatico con le sue più immediate conseguenze (riscaldamento, desertificazione, aumento della salinità dei terreni coltivati, carenza di acqua anche da bere, ecc.). 2) L’aumentato fabbisogno di cibo, dopo che in soli 70 anni la popolazione mondiale è più che triplicata, e ci aspettiamo un ulteriore aumento di altri 2 miliardi nei prossimi trenta anni. 3) L’enorme e continua perdita di biodiversità, sia animale che vegetale, con le inevitabili e terribili conseguenze che questo comporta sul funzionamento delle catene biologiche. 4) L’incremento dell’urbanizzazione, che oltre a sottrarre spazi all’agricoltura e a favorire altri problemi come le pandemie, ha raggiunto il 55%, ma che arriverà, nel 2050 ad almeno il 70% della popolazione mondiale, quando la stessa avrà superato i 9 miliardi di persone. 5) L’infodemia, cioé la quantità esagerata e continua di informazioni quasi sempre incontrollate, le quali raggiungono ormai quasi la totalità delle persone del pianeta confondendole sui veri problemi e sulle migliori soluzioni che si potrebbero adottare.
L’EMERGENZA sanitaria
Questa terribile pandemia viene a confermare, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, la nostra grande fragilità. Infatti, il Covid-19 probabilmente prende origine da un problema di devastazione, frammentazione e contrazione degli ambienti naturali, dove animali selvatici e microorganismi vivevano in perfetta armonia, innescando una reazione di questi ultimi. Questi, vivendo sul nostro pianeta da oltre 3.5 miliardi di anni, si sono dotati, grazie alla selezione, di capacità di adattamento di gran lunga superiori a quelle dell’Homo sapiens. Infatti, per sopravvivere alla mancanza di animali selvatici, sono in grado di spostarsi facilmente su altre specie (spillover), con conseguenze sanitarie spesso devastanti, soprattutto sulla specie umana, un bersaglio numeroso e facile da colonizzare.
Sono almeno sessant’anni che ce lo sentiamo ripetere dagli scienziati - quelli seri - che “ipotizzare uno sviluppo e una crescita illimitati” in un pianeta con risorse finite non solo non sarebbe stato possibile nel tempo, e che ignorarlo avrebbe comportato conseguenze catastrofiche, come stiamo purtroppo verificando noi ora.
EARTH DAY
La giornata è stata celebrata per la prima volta ufficialmente il 21 marzo 1970 a San Francisco, grazie all’idea dell’attivista per la pace ed ecologista californiano John McConnell. Questi nel 1969, durante la conferenza Unesco tenutasi nella stessa città californiana, aveva proposto di dedicare una giornata per celebrare la vita e la bellezza della terra. Per McConnell la celebrazione della vita sulla Terra significava soprattutto mettere in guardia tutti gli uomini sulla necessità di preservare e rinnovare i delicati equilibri ecologici già 50 anni fa fortemente compromessi, e dai quali dipende tutta la vita del pianeta.
L’IPOTESI GAIA
James Lovelock, medico, biofisico, ambientalista e scrittore, è l’autore della “Teoria di Gaia” che ipotizzò per la prima volta, nel lontano 1979, l’idea che la Terra con tutte le sue componenti organiche e inorganiche fosse un unico superorganismo complesso. Quindi, la Biosfera e l’evoluzione delle varie forme di vita contribuiscono alla stabilità della temperatura terrestre, alla salinità, al contenuto di ossigeno nell’atmosfera e di altri fattori di abitabilità del pianeta in una omeostasi perfetta. E questo sistema sinergico e autoregolante è quello che mantiene le condizioni di vita sul pianeta.
La maggior parte delle persone ormai sente di appartenere a questo pianeta come alla nostra vera e grande casa. Nell’antichità i greci avevano dato alla Terra il nome di Gaia. A quei tempi scienza e teologia non erano fra loro in contrapposizione, anche perché la scienza era meno precisa di adesso. Tutte le creature del pianeta, dalle più grandi alle più piccole, come i microbi, sono potenzialmente importanti per il suo benessere. Sappiamo che ogni distruzione è sbagliata e comporta altre conseguenze, perché eliminiamo una parte di noi stessi, perché anche noi siamo una parte di Gaia, della quale invece dovremmo essere una sorta di sensore e di custode, e non il padrone. La Terra è più di una semplice casa, è un unico gigantesco sistema vivente e noi ne facciamo parte.
I GRANDI AMBIENTALISTI
Lo aveva scritto Rachel Carson, biologa e zoologa statunitense, nel 1962 nel suo libro “Primavera Silenziosa”, un’opera che ha dato vita ai primi movimenti ambientalisti, e lo avevano più volte detto negli stessi anni, nei loro discorsi, il presidente J.F. Kennedy e il fratello Robert.
Lo aveva capito e denunciato anche l’Italiano Aurelio Peccei, fondatore nel 1968 del Club di Roma, che nel 1972 aveva presentato un lungimirante rapporto sui problemi che questo modello di sviluppo avrebbe causato, dal titolo “I limiti dello sviluppo”. E lo ha ribadito più recentemente Greta Thunberg, giovanissima attivista svedese che il 23 settembre al Summit Onu di New York ha parlato di un imminente collasso ambientale. —
Adriano Facchini*
(*esperto di marketing)
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