Uniti per la libertà: l’esempio di quel 20 aprile nel Ferrarese
Le discordie civili turbano e dividono gli animi, ma gli ideali di Patria, umanità, libertà e le lotte combattute per essi uniscono e rasserenano. Chi si avvicina ai combattenti della Resistenza apprenderà da loro l’odio verso il male, ma non verso gli avversari, vedrà in loro, viva ed efficace, la presenza di un’Italia rinnovata cui, per il sacrificio dei martiri, appartennero anche quelli che l’avranno ostacolata nel suo nascere. I giovani che leggono le lettere dei condannati della Resistenza italiana ed europea trovano in esse un motivo di comunicazione fraterna, anche se i loro padri si trovarono a combattere dall’altra parte, ma che assumeva nel cuore di chi a essa si offriva l’efficacia che soli hanno il diritto di avere i valori della giustizia e della libertà.
Ai fatti lo storico deve avvicinarsi con rigore di metodo e intransigenza di principi, perché la lezione morale che scaturisce dagli eventi narrati non consenta appropriazioni illegittime e rimanga monito e ragione di giudizio per chi appellandosi ai fatti di ieri tradisce quelli dell’oggi. In questa cornice si inserisce uno degli episodi più trascurati dalla storiografia, che tuttavia ha assunto importanza sul piano strettamente operativo e strategico militare. La notte del 20 aprile 1945 sul fronte italiano venne lanciata l’operazione Herring (“Aringa”), azione aviotrasportata studiata per l’impiego del 1º squadrone da ricognizione “Folgore” con protagonista anche una compagnia di formazione del Reggimento paracadutisti “Nembo”. L’azione – studiata e voluta di concerto con le forze alleate anglo-americane e che prevedeva un lancio oltre le linee italo-tedesche tra Ferrara, Bologna, Mirandola, Poggio Rusco e Ostiglia – aveva l’obiettivo tattico di creare panico e scompiglio nelle retrovie delle forze armate tedesche. Onde evitare che si attestassero, come possibile terza linea gotica, sulla sponda sinistra del Po. I paracadutisti italiani eseguirono attività contro colonne germaniche, centri logistici e di rifornimento e comandi germanici, ritrovandosi impegnati anche in violenti combattimenti. L’azione– conclusasi il 23 aprile, due giorni prima dell’ingresso in città delle truppe alleate – sortì un completo successo, al punto che i generali inglesi John Harding e Mc Crery si complimentarono per iscritto nei confronti del comando italiano. Tra le fila degli italiani ci furono 26 feriti e 33 caduti (due civili) mentre circa 2.220 soldati tedeschi furono fatti prigionieri e 554 morirono, oltre 40 autoblinde furono danneggiate, sette strade di grande collegamento minate, 77 linee telefoniche distrutte, tre ponti salvati dalla distruzione, per cui le superstiti truppe germaniche furono indotte a una fuga precipitosa, oltre il Po.
Di una collaborazione che unì uomini di assai diversa ispirazione diciamo che fu buona cosa, nella misura in cui scoprirono nell’urgenza della tensione storica l’identità della natura umana e le comuni esigenze di libertà. Proprio per tale testimonianza fraterna l’esempio della Resistenza è grande. —
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