Da compagni di corso a marito e moglie Luisa Tucci la sua modella perfetta
Il quadro esposto in Castello restituisce allo spettatore la lucida bellezza della donna I due si conobbero a Napoli e si sposarono nel 1906
Il pittore Giovanni Battista Crema (Ferrara 1883 - Roma 1964), cui è dedicata la nuova mostra in Castello Estense (visitabile da venerdì), era un sincero innamorato delle donne. Apparteneva all’alta borghesia estense, sempre circondato da dame elegantissime e fanciulle in fiore.
Nei ritratti femminili Crema preferiva non caricare i soggetti di drappeggi, pizzi e gioielli, come realmente vestivano le signore abbienti per mostrare le loro dovizie. Di solito puntava sulla luminosità degli incarnati (amava il nudo, che eseguiva in modo eccellente), sui colori forti e vibranti delle stoffe, usando le espressioni gioiose delle più giovani, mentre le meno acerbe venivano riprese nell’eleganza degli abiti di ottimo taglio. Il ritratto della moglie Luisa Tucci (1908, collezione privata) esposto nelle sale del Castello, splendente di cromie azzardose, svela la donna della sua vita, incontrata quando studiavano entrambi all’Accademia di Belle Arti di Napoli.
la moglie
Luisa voleva diventare artista, ma poi si dedicò alla famiglia. Si erano sposati nel 1906. Era una modella perfetta. Il marito la ritrae impellicciata, con un cappello verde smeraldo a larga tesa, la cui tinta richiama gli occhi chiari di lei. La produzione di cappelli femminili era una voce importante per l’economia, e dava lavoro soprattutto alle donne, le modiste, che in quel campo dell’artigianato erano inarrivabili. Sul copricapo di Luisa si notano grandi fiori artificiali sui toni dell’avorio, dell’albicocca e del rosso ruggine. Queste decorazioni delicate ed effimere fanno pensare alla pucciniana “Mimì gaia fioraia” (ma la Crusca spiega che Mimì era fiorista, non fioraia, licenza poetica a parte), impegnata a guadagnare qualche soldo assemblando corolle e boccioli finti. Fiori da cappello, specialmente, belli, ma «ahime! Non hanno odore», canta la soprano ne La Bohéme (1896). “I fiori artifiziali”, come si diceva al tempo di Crema, erano usati già nell’antichità, e fin dal Medioevo gli italiani furono i migliori fioristi, un’arte trasmessa alla Francia. Si usavano materiali come carta lana, seta, lino, conchiglie, i bozzoli dei bachi da seta (pelosetti e resistenti, tenevano bene i colori), con tocchi di perline, piume ed altri vezzi per restituire ai fiori un aspetto naturale.
LE OPERE
Crema ritrasse sovente donne dagli ampi cappelli a disco trattenuti da velette colorate, che avevano uno scopo estetico ma pure pratico, e, fermate sotto il mento, evitavano che i cappelli volassero via col vento, andando su auto scoperte o, audacemente, in bici.
Par di vedere Luisa così, grazie ai versi della poesia La fiera di Corrado Govoni da Tamara (1884-1965): «Tu pedalavi vaporosa avanti, /ed io al volo dietro al tuo cappello, /come in un delizioso carosello». —
Micaela Torboli
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