La Nuova Ferrara

IL RITRATTO 

Luciano, un tenore di grazia diventato icona mondiale

Luciano, un tenore di grazia diventato icona mondiale

2 MINUTI DI LETTURA





Tecnicamente era un tenore di grazia, Luciano Pavarotti, con una voce più lirica rispetto ad Alfredo Kraus, ma ben presto divenne un’icona, un autentico emblema del canto, riuscendo a catturare il pubblico in un modo tale da diventare un fenomeno, un evento pubblicitario lui stesso.

Il suo debutto, sabato 29 aprile 1961, ne La bohème di Puccini al Teatro Municipale di Reggio, avvenne senza clamore; niente accadde di appariscente che potesse essere scolpito a caratteri preziosi, da paragonare all’esordio di qualche celebre cantante del passato. Qualcosa tuttavia accadde ugualmente nel ristretto campo degli specialisti già impressionati dalla sua vittoria al Premio Peri.

Chiunque anche tra il pubblico, per poco che se ne intendesse, colpito da quella voce luminosissima, si accorse che era nato un tenore cui non era difficile pronosticare una brillante carriera. In tanti si diedero da fare per accaparrarselo, essendo già allora la voce di tenore una merce rara. A 26 anni il modenese aveva davvero tutto per intraprendere una carriera che si preannunciava piena di soddisfazioni. Timbro e colore erano appunto di prima qualità; alla musicalità istintiva, alla naturale intonazione univa un’emissione che si risolveva in suoni raccolti ed appoggiati sul fiato.

Il merito di questa corretta impostazione secondo Pavarotti era la scuola di Arrigo Pola, mentre Ettore Campogalliani, dove effettuò il perfezionamento, gli insegnò come organizzare la respirazione. Immensa figura di docente da lui passarono tra gli altri Carlo Bergonzi, Renata Tebaldi, Ruggero Raimondi, e in particolare Mirella Freni, sua amica e coetanea.

Caratteristica del suo modo di cantare nella prima parte della carriera era quella di “tenore di grazia”: una definizione che chiama in causa sia la natura dolce ed elegiaca del timbro (decisamente inconfondibile) sia una particolare eleganza nel porgere, particolarità che gli hanno consentito di abbracciare un repertorio assai più ampio di quello tipico del tenore di grazia.

Una voce con questa caratteristiche ha subito spiccato il volo per orbite planetarie, ma di tanto in tanto il celebre tenore ha fatto ritorno a Reggio memore di quel debutto.

L’unica volta che si sorprese della sua voce – lo ha raccontato lui stesso in un’intervista – fu quando Joan Sutherland lo spinse a interpretare “La figlia del reggimento” di Donizetti al Covent Garden, nel 1966. Una delle sue arie contiene nove “do” alti in una sola frase che il grande soprano australiano gli suggerì di cantare senza trasposizioni. Nessun cantante era mai riuscito a eseguirli, tutti erano scesi ai “si” naturali. Fu un immenso trionfo, ripetuto al Metropolitan di New York dove fu accolto con una standing ovation da parte del pubblico che dopo la calata del sipario, lo richiamò sul palco ben 17 volte. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google