La Nuova Ferrara

L'INTERVISTA

Brondi, tra battaglie interiori e collettive: «Sento le canzoni come una liberazione»

Vasco Brondi, foto di Max Gardelli
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Vasco Brondi, foto di Max Gardelli

L’artista ferrarese racconta il nuovo disco che esce il 7 maggio: «Oltre a ciò che ci circonda cerco una scintilla di eternità»

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FERRARA. «Sapere di avere i giorni contati non è un male, al contrario, ci fa capire che ogni momento che viviamo è prezioso e non dobbiamo sprecarlo». Vasco Brondi racchiude così il senso di 26mila giorni, canzone che apre il nuovo disco fuori da domani in vinile e cd. Paesaggio dopo la battaglia, questo il titolo del quinto album, il primo senza Le Luci della Centrale Elettrica, è un inno alla vita, alla felicità, alla consapevolezza e, soprattutto, alla sincerità. Un disco da ascoltare in cuffia o a tutto volume coi finestrini abbassati lungo l’Adriatica, da cantare sottovoce e da gridare, da mettere su per farsi coraggio, sorridere e sfogarsi. Paesaggio dopo la battaglia è un disco liberatorio, sincero, necessario. A poche ore dalla sua uscita, tra scenari mondiali e lotte interiori, Vasco Brondi si racconta.

Come nasce l’album?

«Mi sono accorto che anche dopo tanti anni che faccio questo lavoro non ho ancora una grande capacità decisionale rispetto le canzoni. Per un paio d’anni mi sono fermato, non mi sforzo mai. Quando scrivere, aprirmi, condividere e liberarmi diventa una necessità, allora ricomincio con le canzoni. In 26000 giorni dico “siamo qui per rivelarci, non per nasconderci”, questa frase è stato un po’ il mantra che ho seguito per scrivere tutte le canzoni. Se ogni tanto incespicavo mi dicevo: “Dì la verità, è sempre deflagrante”».

Come lo descriveresti?

«È un disco di battaglie intime e collettive, personali e universali. C’è dentro anche la battaglia tra me e il mio lavoro, l’esserne immerso e l’allontanarmene per tanto. La musica qui va in verticale. Da un lato va verso il basso a toccare le corde profonde e la mia verità che ho voluto condividere; dall’altro va verso l’alto e tende a quella possibilità trascendente che porta a dimensioni invisibili».

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Le sonorità cambiano e ti rimetti in gioco ancora una volta. Continui a interrogarti e a esplorare.

«Mi sono accorto che per questo disco, il primo col mio nome e cognome, mi sono circondato di persone. Qui dentro ci sono più musicisti che mai; da Mauro Refosco, che suona con Red Hot Chili Peppers e David Byrne, a Enrico Gabrielli e Alessandro Stefana che suonano con PJ Harvey, Vinicio Capossela e Mike Patton. C’è addirittura un’orchestra. Non l’ho fatto per inseguire un’idea o per la voglia di sorprendere qualcuno, l’ho fatto perché seguo la mia evoluzione. Magari è un percorso più lento ma è sincero».

Nelle tue canzoni c’è sempre uno spiraglio di luce. Un’energia positiva.

«I miei sono personaggi pronti a mettersi in discussione. Ci vuole una grande fiducia nell’universo per farlo e le ragazze e i ragazzi di cui canto hanno questa fede. Hanno tutti un’incrollabile certezza, quella di avere un appoggio di qualche tipo; sanno che in qualche modo ce la faranno ed è questo il loro motore propulsivo. È un modo per guardare in faccia anche i lati bui della realtà e affrontarli».

“Paesaggio dopo la battaglia” è una canzone manifesto di questi tempi.

«Sì, quella e Il sentiero degli Dei sono le uniche in cui è entrato più prepotentemente questo periodo; anche se per me nelle canzoni è importante che ci sia quello che ci circonda ma anche una scintilla di eternità. Ci sono i rider che corrono in bici attraverso le città deserte e i partigiani di Fenoglio che corrono giù dalla montagna tra gli spari e senza divise. È venuta fuori una canzone d’amore strana, non per una persona ma per la nazione».

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La tua scrittura è piena di dettagli. Come “dipingi” e chi sono i tuoi protagonisti?

«Credo che si possa essere dettagliati solo se si parla di ciò che si conosce. Non ragiono mai per stereotipi o per generi ma per dettagli. Tom Waits diceva che per scrivere una canzone è importante, anche se poi non finisce nel testo, immaginarsi che tempo fa quel giorno, cosa può avere in frigo o sul comodino il protagonista; bisogna entrare nella storia. Io lo faccio prendendomi tutto il tempo. Credo- dice Brondi - che qui ci siano anche alcune delle storie con cui ho cominciato a scrivere canzoni. Ragazze e ragazzi che c’erano in Canzoni da spiagge deturpate, li ritroviamo quindici anni dopo in questo disco».

“Adriatico” sa di mare e di festa. Com’è nata?

«Era tanto tempo che volevo scrivere un inno per il nostro mare. Non sono le Hawaii ma per noi ferraresi i Lidi sono un posto che appartiene anche all’immaginario. Mi sono tornate in mente le foto di Ghirri e come un luogo modesto possa rivelarsi epico. Ho ripensato alla mia prima vacanza senza genitori, in tenda a diciassette anni; eravamo a Lido Nazioni ma per noi era come se fosse Paura e delirio a Las Vegas. Adriatico è ambientata lì, in quel momento. È una dichiarazione d’amore a quell’acqua torbida. C’è il liscio, che è il nostro blues, e ci sono gli Extraliscio. Ho ripreso questa musica e l’ho trasformata in un liscio esistenzialista».

E l’idea della copertina?

«Ho scelto questa foto inedita di Ghirri perché mi sembra rappresentativa dell’idea di paesaggio dopo la battaglia. Mi colpisce la capacità di risorgere dell’essere umano che, anche in modo dimesso, riesce a passare sopra situazioni difficilissime. Mi piaceva l’idea di questa Panda che procede fiduciosa e traballante fuori dall’apocalisse, calata però in un ambiente normalissimo. È una semplice utilitaria che esce con fiducia da queste nuvole nere e va verso il futuro». —


 

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