“Il vecchio e il mare” riaccende il dibattito critico su Hemingway
Quella del premio Nobel fu “cultura alta” o letteratura ruffiana e annacquata? La traduzione e le appendici di Silvia Pareschi gettano nuova luce sul romanzo
Lorenzo Marchese
Uscito per la prima volta settant’anni fa per la rivista Life, “Il vecchio e il mare” fece registrare picchi di vendite inconsueti persino per uno scrittore di successo come Ernest Hemingway; gli fruttò il premio Pulitzer per la narrativa nel 1953 e il premio Nobel per la letteratura nel 1954. E, come prevedibile in questi casi, il successo non gli venne perdonato.
Tradotto in Italia da Fernanda Pivano nel 1952, il romanzo spaccò la critica e i colleghi d’oltreoceano: Eugenio Montale parlò della perfezione del “racconto puro” e Italo Calvino sulla rivista “Il contemporaneo” nel 1954 lo apprezzò. Alberto Moravia, che pure – come amava ricordare – aveva fatto conoscere per primo Hemingway in Italia traducendone su rivista il breve “The killers” (da lui reso come “I sicari”) ci vide invece una riproposizione stanca e manierata di vecchi temi di Hemingway: nell’articolo “Niente e così sia” del 1961, disse che lo scrittore americano «aveva voluto scrivere il suo Moby Dick», fallendo. Negli Stati Uniti, le cose non andarono troppo meglio: se Ezra Pound lo segnalò come novità importante sulla scena letteraria, Dwight MacDonald nel saggio “Masscult e Midcult” (1962) lo elesse letteralmente a campione della tendenza paraestetica del Midcult. “Il vecchio e il mare” veniva accusato di fingere «di rispettare i canoni della Cultura Alta», mentre in sostanza annacquava e volgarizzava la complessità della letteratura, proponendo una storia ruffiana, banale, fatta di assoluti pericolosamente semplificatori: un giudizio, poi, ripreso anche da noi, per esempio da Umberto Eco.
«Lo sapete cos’è un classico, vero? Un libro che tutti citano e nessuno legge». Questo inciso che Hemingway rivolgeva ai lettori a proposito dell’ormai dimenticato Izaak Walton, potrebbe calzare perfettamente anche a “Il vecchio e il mare”. Ora, per fortuna, c’è la possibilità di recuperare, di capire se i detrattori dell’epoca avessero qualche ragione: è appena uscita una nuova edizione Mondadori per la cura di Silvia Pareschi, che ha tradotto il testo e l’ha corredato di una serie di appendici davvero utili. Il volume accoglie una selezione di pezzi giornalistici sul tema, in bilico fra divulgazione e racconto d’avventura, intitolati “Scritti di pesca”. C’è posto anche per un racconto inedito ritrovato da poco, “La ricerca come felicità” (che merita, a leggerlo, le riserve espresse a suo tempo da MacDonald e soci). Chiude una nota della traduttrice (“Di fronte all’iceberg”) su cui bisogna indugiare. A una prima lettura, la traduzione sembra assolvere al compito primario di rendere perfettamente la chiarezza e la brevità di Hemingway, il cui stile è accostato a un iceberg che, lasciando affiorare allo sguardo solo pochi dettagli, nasconde una mole di conoscenze e documentazione impressionanti. Pareschi scioglie anche alcuni equivoci di lungo corso su nodi importanti della trama: Manolito, l’amico del vecchio pescatore Santiago, non è un preadolescente piagnucoloso come si è portati a immaginarlo, complice anche una miope trasposizione cinematografica, ma è un ragazzo di più di vent’anni. La nuova resa, che modernizza l’ormai antica traduzione di Fernanda Pivano, riesce infine a essere rispettosa di quegli anni anche negli aspetti controversi: è così che il «negro di Cienfuegos» con cui Santiago, da giovane, aveva combattuto a braccio di ferro per giorni interi, «negro» resta. Perché all’epoca si parlava così e cercare un termine più rispettoso sarebbe come far finta che quel mondo, con i suoi linguaggi odiosi e i suoi modi di vedere il mondo, non sia mai esistito.
A monte di questo prezioso apparato, c’è ancora e sempre il romanzo, perfino più mitizzato e discusso che apprezzato davvero. Sorprende, tanti anni dopo, che si sia guardato con tale scetticismo a questa storia di un uomo alla fine che vuole sentirsi ancora vivo pescando al largo di Cuba, da solo, un marlin gigantesco; che ci riesce, al termine di un lungo combattimento in cui, ambiguamente, vede il proprio destino nell’animale; che tornando al porto è costretto a rinunciare all’enorme preda spolpata dagli squali che seguono la sua barca; che nel fallimento senza gloria della sua escursione intuisce l’ombra della Sconfitta a cui non solo lui è destinato. Midcult, annacquato e volgare a chi? —
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