Nell’ultimo libro di Carlotto le tante ipocrisie della borghesia
Il giallo “E verrà un altro inverno” oggi alle 18 per Autori a Corte Onweb Potere, sesso e denaro sono i moventi che possono portare al delitto
LA CHIACCHIERATA
Ospite di Autori a Corte Onweb sarà oggi (ore 18) lo scrittore Massimo Carlotto con il suo ultimo giallo “E verrà un altro inverno” (Nero Rizzoli), nelle librerie dal 27 aprile. «Circa otto anni fa ci fu un caso di cronaca affine a quello del mio Bruno Manera. Sono partito da un fatto realmente accaduto – ci dice l’autore –, perché mi interessava raccontare i moventi che spingono al delitto (potere, sesso e denaro) con due cause scatenanti nella figura chiave del mio Manlio Giavazzi: il dolore cieco e sordo per la perdita del figlio e il suo fallimento esistenziale, il suo essere ai margini».
La valle sembra respirare e risucchiare le vite di chi la vive.
«Nel Nord Italia un tempo dedito ad agricoltura e allevamento, le grandi famiglie possedevano bestie e campi; oggi sono ricche e benestanti famiglie di industriali, ma la loro mentalità non è mai cambiata, ferma immobile agli anni Sessanta. La valle diviene conca in cui riecheggiano malignità, culla dei pettegolezzi che distruggono socialmente una persona perbene. Questa è la sorte di Bruno, ma anche quella di chiunque, nella vita reale, divenga preda di una falsa notizia lanciata e condivisa».
“Eppure verrà un altro inverno, e poi un altro ancora...”, ama ripetere Manlio.
«Manlio attinge alla cultura contadina dal rigido inverno; al calore del camino, pensa ancora di potersi riscattare, di poter trarre del buono dalla vita. Ma nel suo eterno ritorno in cui imbianca e copre, diventa metafora del paese in cui tutto si ripete uguale nel tempo, eterno cerchio caldo e rassicurante di menzogne in cui il padrone compra silenzi e libertà. Tutti hanno qualcosa da nascondere, e le facce più rispettabili spesso nascondono l’indole più sporca e corrotta».
Quanto conta il caso?
«Ho voluto introdurre il caso, per contro al razionalismo del poliziesco che lo nega, perché credo che il caso faccia parte delle nostre vite e a esse sia strettamente legato: è lui – conclude l’autore 64enne – a mettere lo zampino nelle nostre azioni, ed è interessante osservare i nostri comportamenti conseguenti». —
Giorgia Pizzirani
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