Pittore preferì Ferrara all’Austria e ora riposa a Santa Maria in Vado
Francesco Ferrari nacque a Fratta ma lavorò per committenti della città estense Nel 1666 seguì l’architetto Burnacini a Vienna ma la nostalgia ebbe la meglio
Liscia come alabastro sepolcrale, così Otello descrive la pelle della moglie Desdemona che sta per uccidere, nel dramma di Shakespeare. È ugualmente levigato e anonimo il marmo del pavimento della basilica di Santa Maria in Vado, dopo che le elaborate lastre tombali disposte per secoli sul piancito sono state tolte, per via di un presunto progetto “risanatore”, uno dei tanti che nell’800 e nel ’900 ha privato molte chiese di mirabili tappeti scultorei.
Alcune lapidi si sono salvate, a esempio quella che è dedicata al pittore Francesco Ferrari, posta sul dado di una semicolonna, e così scampata agli implacabili pavimentisti. Francesco nacque a Fratta Polesine (in provincia di Rovigo) nel 1634, e i suoi primi lavori d’arte furono nella Transpadana, specie come quadraturista, cioé abile nella decorazione di ville e palazzi con scenografiche architetture dipinte sui muri. Come fece al Catajo, dimora euganea degli Obizzi, nobili veneto-ferraresi. La Ferrara barocca, fitta di teatri e amante di tornei, funerali grandiosi e messe pompose, era tra le più feconde realtà nel campo della scenografia. Veloce e fantasioso, Francesco aveva ricchi committenti che offrivano agli ospiti e al popolo feste e spettacoli, che richiedevano fastosi apparati decorativi effimeri. Ma col suo pennello facile dipingeva anche grandi quadri e metri di pareti, alla Certosa, al Corpus Domini e in San Bernardino.
VERSO L’AUSTRIA
Nel 1666 si fece notare dall’architetto e scenografo Lodovico Burnacini, un tipo amante della pompa, che portava una colossale parrucca riccioluta in stile Re Sole ed era amato dalle corti per il suo talento di apparatore teatrale e di convivi, secondo le linee guida ideate a Ferrara dall’Aleotti. Furoreggiava a Venezia e Vienna, lavorando come un forsennato: convinse Francesco a seguirlo in Austria, allora una grande potenza. Francesco si fece onore, ma la nostalgia di casa ebbe la meglio e tornò a Ferrara, dove riprese le sue poliedriche attività circondato da uno stuolo di allievi, compreso il figlio Antonio Felice.
Lungo l’elenco delle sue opere, le più note sono affreschi e tele in San Giorgio. Si legge che Ferrari si sarebbe trasferito a Ferrara solo da adulto, ma i Ferrari trovavano riposo fin dal 1551 nel tempio di Santa Maria in Vado (si veda il volume del 2015 dedicato alle iscrizioni della basilica, tratto dai manoscritti di Cesare Barotti, a cura di Corinna Mezzetti dell’Archivio storico comunale, nn. 27-28) ed erano perciò veri ferraresi. Comunque, quando Francesco morì, nel 1708, non fu inumato nella tomba di famiglia (perduta), bensì nel sepolcro della Compagnia del Preziosissimo Sangue, legata all’omonimo miracolo. La lapide rimasta è un omaggio al padre del figlio Antonio Felice, e non cela le ossa dell’artista.
(8 - continua)
Micaela Torboli
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