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Bob Dylan, gli ottant’anni di un mito senza tempo

Bob Dylan, gli ottant’anni di un mito senza tempo

Oggi il cantante e premio Nobel festeggia il compleanno Da ben più di mezzo secolo è tra i protagonisti della scena mondiale

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Aveva sentito il rombo di un’onda che affonda il mondo intero, aveva di fronte a sè decine di oceani morti, aveva visto una giovane donna il cui corpo stava bruciando, aveva sentito diecimila individui sussurrare e nessuno ascoltare: Bob Dylan era ventunenne quando scrisse i versi di “A Hard Rain’s A-Gonna Fall”, probabilmente una delle più grandi canzoni di tutti i tempi.

Da allora ha registrato centinaia di pezzi, ma basta leggere queste rime – secondo qualcuno si tratta di un dialogo tra Dio e Gesù – per capire perché Dylan sia l’uomo senza tempo.

Oggi, il «menestrello di Duluth», con tanto di Nobel per la letteratura assegnatogli nel 2016, compie 80 anni. Ma era poco più che un ragazzo quando vide, in questa canzone, l’apocalisse: qualcuno pensò che parlasse di un disastro nucleare o dell’omicidio Kennedy (che ancora non c’era stato), ma è praticamente impossibile non vedervi i cataclismi di oggi, che siano climatici o pandemici.

La verità è che celebrare le otto decadi di Bob Dylan è un esercizio impossibile. Lo videro comparire, quasi all’improvviso, al Greenwich Village, convinti che avesse stretto un patto col diavolo, e da allora al suo ultimo album “Rough and Rowdy Ways” (uscito pochi mesi fa, secondo alcuni uno dei suoi migliori), Dylan ha assunto decine di identità diverse rimanendo al tempo stesso un’icona unica, non paragonabile a nessun altro: il profeta dei diritti civili, il rivoluzionario che regala un’anima al rock, il poeta biblista e poeta ebbro, il rinnegato chiamato “Giuda” dai puristi del folk, l’indagatore delle più profonde radici d’America, il cristiano rinato che sviscera il gospel e il soul, la rockstar vestita da cowboy che va a cantare per papa Giovanni Paolo II, il “ladro” che saccheggia ogni fonte possibile – oscuri romanzieri giapponesi a Shakespeare, passando dal blues del Mississippi – il “vecchio arnese” quasi dimenticato che fa film e intanto scrive capolavori nascosti, il cantante che riscopre Sinatra per purificare la sua voce in tarda età, la leggenda recalcitrante che non solo non si fa trovare per settimane dall’Accademia di Svezia, ma che in sovrappiù nella sua “Nobel Lecture” estrae dal cappello citazioni di grande intensità biblica – ma inesistenti – da “Moby Dick”. E soprattutto: l’uomo che s’inventò un nome (all’anagrafe fu registrato, nel lontano 1941, come Robert Allen Zimmermann), una storia, un destino inafferrabile, una propria mitologia.

Il fatto è che Dylan da molto tempo è un fenomeno che va ben oltre la “rock revolution”. E sono decine le canzoni stranamente escluse dai dischi ufficiali, che riemergono anni dopo e s’impongono come classici.

Ottant’anni da quando è nato, una sessantina da quando apparve in una New York in formidabile fermento, imponendosi e cambiando di colpo tutte le regole del gioco. —

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