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Ghedini, “correttissimo pennello” Fu maestro a Palazzo Paradiso

Micaela Torboli
Ghedini, “correttissimo pennello” Fu maestro a Palazzo Paradiso

L’artista settecentesco si era formato tra Ferrara, dove poi insegnò, e Venezia  I suoi disegni scelti per illustrare il poema “Ricciardetto”, poi messo all’indice

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In questi giorni è tornato alla ribalta ferrarese il nome del pittore Giuseppe Antonio Ghedini. Artista di vaglia al suo tempo ma ormai di secondo piano, nato a Ficarolo nel 1707, formatosi tra Ferrara e Venezia, capitale europea del rococò e fiorente mercato per chi produceva e comprava arte. La Serenissima primeggiava grazie a Tiepolo, Longhi e Piazzetta, ma in quella sofisticata realtà Ghedini non ebbe la gloria che cercava. Tornò quindi a Ferrara. Fu richiestissimo come ritrattista: immortalò il poeta Alfonso Varano, il dotto Ferrante Borsetti Ferranti Bolani e anche Girolamo Baruffaldi, il biografo degli artisti ferraresi.

la cattedra di pittura

La ricerca sulla scenografia lo condusse a Bologna, dove imperavano gli artisti della famiglia Galli da Bibbiena, mentre in patria poteva ispirarsi alla formidabile raccolta d’arte personale con la quale l’arcivescovo di Ferrara, cardinale Tommaso Ruffo, aveva riempito le sale della nuova sede episcopale. Sommerso dalle commissioni per dipinti ed affreschi, tuttavia accettò dal cardinal Riminaldi la cattedra di pittura nella sede universitaria di Palazzo Paradiso, che poi decorò. Ghedini era allora definito «unico degnissimo Direttore, e Maestro pubblico della scola dell’Almo Pontificio Studio della città di Ferrara» ovvero «celebratissimo, e vaghissimo Pittore» dal «correttissimo pennello» (D. Vincenzo Requeno, Saggi, Venezia, Gatti, 1784, p. 213). Era anche un abile disegnatore, come testimonia una serie di disegni giovanili, prodotti intorno al 1736 su richiesta degli incisori e stampatori veneziani Pitteri per illustrare il poema burlesco Ricciardetto, opera del pistoiese Niccolò Forteguerri (1674-1735). Il libro, uscito postumo per volontà dell’autore nel 1738, firmato con uno pseudonimo e recante un falso luogo di edizione (Parigi, ma era Venezia), l’anno seguente si ritrovò all’indice dei libri proibiti perché critico verso la curia: considerando che l’autore era stato un uomo di chiesa, la cosa risalta assai.

trampolino di lancio

La sua fortuna non s’interruppe e nel 1589 uscì Quattro canti di Ricciardetto innamorato di Giovanpietro Civeri (Venezia, Rampazzetto). Nell’opera di Forteguerri c’è anche un tocco ferrarese, o meglio comacchiese. In una scena (c. XVIII, 37-45) Astolfo e Ferraù, presenti pure nei nostri testi epici estensi – eccetto la Gerusalemme – ma qui soprattutto tipi comici, si esibiscono in grotteschi e buffi riferimenti a Comacchio. Pare che l’originale del Ricciardetto fosse stato donato dal poeta al cardinale ferrarese Cornelio Bentivoglio, il cui nipote, marchese Guido, si fece promotore della stampa. Ghedini, oltre alle illustrazioni, elaborò anche il ritratto di Niccolò, poi inciso per decorare il volume. Il lavoro giovanile sul Ricciardetto fu per Ghedini un trampolino di lancio. La sua lunga vita terminò a Ferrara il 5 giugno 1791, e venne sepolto in San Francesco.

(9 – continua)

Micaela Torboli

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