La scoperta di Nencini «Matteotti fu evirato Volevano uccidere anche la sua dignità»
Un’inedita verità storica emerge nel nuovo libro del senatore socialista La cronaca di anni tragici, quando Ferrara e Polesine erano molto vicini
l’intervista
Riccardo Nencini è senatore della Repubblica. Presidente del partito Socialista, da pochi giorni è nelle librerie il suo nuovo libro: “Solo” (Mondadori), dedicato alla vita (e soprattutto alla morte) di Giacomo Matteotti. Sul deputato socialista di Fratta Polesine assassinato dai fascisti il 10 giugno del 1924, per aver denunciato i brogli elettorali delle camicie nere, ancora non è emersa tutta la verità. Una, sconvolgente, la racconta, per la prima volta, proprio Nencini. L’abbiamo intervistato.
Senatore Nencini, perché oggi un libro su Matteotti?
«Perché la libertà è una palestra che va frequentata tutti i giorni, non ci è data per sempre. Ricordare Matteotti aiuta a entrare in questa palestra di più e meglio».
Nonostante la Storia con la “S” parli chiaro, c’è ancora qualcuno che considera in termini apprezzabili il Ventennio. Perché?
«È vero. Recentemente uno studio fatto da storici ha acclarato che oggi, nel 2021, il 20% degli italiani è ancora convinto che quello di Mussolini sia stato un buon governo che commise alcuni errori».
Matteotti, ideali oggi impossibili da riproporre?
«Impossibile no, difficile forse. Di una cosa però abbiamo un disperato bisogno: di linfa che alimenti la nostra democrazia. Anche a livello parlamentare».
Certo la politica negli ultimi anni ha fatto pochino per rendersi “simpatica”. Cosa ne penserebbe oggi Matteotti?
«Quello che lei dice è vero. I partiti sono considerati il “male assoluto”, ma non hanno fatto tutto da soli. Dal 1992 a oggi c’è stato un sistema che ha delegittimato i partiti. Ma questa sarebbe una storia troppo lunga».
Il suo libro starebbe bene come libro di testo nelle scuole, non crede?
«Non sta a me giudicarlo. Piuttosto io introdurrei in tutte le scuole dell’obbligo due materie: l’educazione civica, fatta in un modo meno frettoloso rispetto a oggi; e la storia contemporanea».
Ma è vero che i primi scontri tra fascisti e antifascisti furono, a cominciare dal 1921, proprio tra Ferrara e il Polesine?
«Non solo è vero, è storia. Le prime missioni punitive fasciste partono da Ferrara capeggiate da Italo Balbo, e colpiscono gli antifascisti polesani. È durante una di queste “missioni” che Matteotti viene seviziato».
Seviziato?
«Esattamente, e non solo. Viene caricato su una camionetta e gli viene inserita nell’ano una candela accesa».
Perché ha detto “e non solo”?
«Perché c’è un episodio ancora inedito di allucinante violenza contro Matteotti. In quel torbido 10 giugno 1924, a Roma, poche ore dopo il suo omicidio, Matteotti venne evirato dalla squadraccia di fascisti che lo aveva rapito».
Che significato ha avuto l’evirazione patita da Matteotti?
«Duplice. Da un lato il fascismo, e Mussolini, volevano dimostrare che il nemico, Matteotti appunto, era spogliato, non esisteva più. Dall’altro c’è una motivazione ancora più abbietta».
Quale?
«Ridicolizzare Matteotti e “spargere voce” che Matteotti fosse un “finocchio”. A quell’epoca non si usava ancora la parola “omosessuale”. Tagliargli il pene doveva servire a questo, a togliergli tutta la sua dignità. Personale e politica».
Anni terribilmente pericolosi per chi si opponeva a Mussolini. Tempi che potrebbero tornare?
«Non credo, ma ci sono stati. E non va dimenticato. Il 19 gennaio del 1921 in piazza a Ferrara si consuma un’altra tragedia: un fornaio, Ettore Borghetti, viene ucciso dai fascisti ferraresi con un colpo di fucile sparato intenzionalmente durante una pacifica protesta di braccianti».
E poi, alla fine di tutto, quella frase terribile e bella insieme: “Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate quello funebre per me”. Che effetto le fa?
«Struggente. Matteotti aveva capito molto bene e da tempo che contro il fascismo era necessario sacrificare la vita. Per questo fu ucciso». —
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