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Rosati: «Sconfiggere l’emicrania è possibile Ma ogni paziente ha una storia a sé»

Giorgia Pizzirani
Rosati: «Sconfiggere l’emicrania è possibile Ma ogni paziente ha una storia a sé»

Il noto medico ferrarese alle prese con il mal di testa: nel suo libro racconta le strategie da mettere in atto per risolvere il problema 

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L’INTERVISTA

Chirurgo plastico ricostruttivo ed estetico di fama internazionale, Piero Rosati racconta la terapia chirurgica per l’emicrania nel testo divulgativo “Guarire dall’emicrania si può!” (ed. La Carmelina), ora in libreria. Cure, percorsi e soluzioni per stare meglio. Tra aneddoti legati alla carriera e alla sua vita, spesso percorsi intrecciati, il medico scrittore si racconta alla Nuova.

Rosati, traguardo o punto di partenza?

«Una quindicina di anni fa, il primo a “gettare il sasso nello stagno” casualmente fu il medico americano Bahman Guyuron attraverso interventi chirurgici per la riduzione delle rughe frontali. Tale tecnica, che non sortiva risultati ottimali dal punto di vista estetico – ovvero non eliminava le rughe – faceva però scomparire l’emicrania frontale nei pazienti che ne erano affetti. Io avevo letto l’articolo e, in corso di trapianti di capelli effettuati con successo, vidi che scompariva anche l’emicrania occipitale: mi convinsi dunque che poteva funzionare ugualmente e misi a punto la tecnica di microchirurgia nervosa per tutte le localizzazioni dell’emicrania».

Dalla chirurgia estetica al rimedio per una patologia?

«L’emicrania, patologia invalidante che ha ripercussioni su lavoro, vita privata e sociale delle persone, colpisce circa il 12% della popolazione. Somiglia a un terremoto che squassa la testa, con una caratteristica sintomatologia: sbadigli, irritabilità e sonnolenza preannunciano l’attacco; subentra poi l’ “aura” che può comportare acufeni, nausea e vomito, alterazione di vista, linguaggio e sensibilità. Giunge allora un vero corteo di sintomi culminanti nel dolore insopportabile che interessa una parte del capo e costringe il paziente a buio e silenzio totali, oltre che all’assunzione di potenti farmaci analgesici e, in casi limite, a ricorrere al pronto soccorso».

La soluzione è un vero e proprio intervento chirurgico?

«Sì: l’intervento, di raffinata microchirurgia, può essere eseguito in anestesia locale con sedazione e, in rari casi, in anestesia generale. Minimamente invasivo, poiché le cicatrici cadono in pieghe della cute o in zone coperte dai capelli, ha un decorso postoperatorio leggero che consente la precoce ripresa delle attività quotidiane. Il successo dell’operazione, ovvero la scomparsa o riduzione di almeno il 50% di frequenza, intensità e durata dell’emicrania, si verifica in una percentuale dall’83% al 92% dei casi. Spesso si assiste a una completa guarigione, tenuto conto della variabilità che può esserci da caso a caso».

Il paziente è il nodo della questione?

«Certo. Non esistono interventi ma pazienti, e ogni paziente è una storia a sé: questo vale per tutte le branche della medicina. Nel caso del trattamento chirurgico dell’emicrania, il paziente collabora fattivamente con il medico nella fase pre operatoria attraverso la compilazione di un diario, in cui annoterà il punto di partenza dell’emicrania (punto Trigger), la durata dell’attacco e altre indicazioni preziose. Va detto che non tutti i pazienti si rivelano idonei a tale trattamento, e che ci sono specifiche indagini preoperatorie da effettuare. Alla prima diagnosi di emicrania, spesso formulata da un neurologo, seguono indagini strumentali che ci permettono di stabilire le terminazioni nervose su cui intervenire chirurgicamente per le differenti aree del capo».

Da dove nasce la sua passione per la medicina?

«Agli occhi di un bambino era meraviglioso seguire il padre, medico di famiglia, mentre percorreva in Cinquecento la campagna abruzzese dell’Italia degli anni Sessanta. La medicina di una volta disponeva di pochi mezzi – niente Tac né risonanza magnetica – e si avvaleva di metodiche meno evolute di quelli odierne; ma era permeata da umanità. Il dottore accompagnava il malato; per lui non esistevano numeri ma nomi, storie, case. Essere medico è osservare ciò che si è costruito. Niente eguaglia la felicità dipinta sul viso di un paziente e la fiducia che riacquista nei confronti del proprio corpo dopo l’intervento. Poi c’è la soddisfazione di padroneggiare tecniche chirurgiche e di applicarle, come si stesse plasmando materia nobile: anche questo è lavorare sulla bellezza». —

Giorgia Pizzirani

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