La Nuova Ferrara

IL VOLUME 

“Voci del gergo ferrarese” Musacchi e Bacilieri veri custodi del dialetto

Marina Cazzanti

Il libro è anche un vademecum sulla scrittura e la pronuncia Spazio alle tradizioni del passato, in particolare la “vciàda”

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Si intitola “Voci del gergo ferrarese” il libro scritto a quattro mani da Maurizio Musacchi e Floriana Guidetti Bacilieri. Il volume, edito da Festina Lente, è già disponibile nelle librerie, sulle bancarelle e sulle piattaforme digitali. Entrambi gli autori, appassionati di dialetto si sono posti l’obiettivo di recuperare questo importante repertorio linguistico, che rischiava di andare perso.

LA SCRITTURA

“Voci del gergo ferrarese” è un’opera che si rivolge anche a chi abita oltre i confini di Ferrara perché vi si possono trovare spunti e aneddoti curiosi ed è arricchito da tanti proverbi e divertenti modi di dire. Nel libro è presente un compendio grammaticale con brevi note sulla corretta pronuncia e scrittura del dialetto ferrarese, grazie alla consolidata metodologia di trascrizione fonetica che lo rende di facile lettura.

LE TRADIZIONI

Assume particolare rilevanza la cosiddetta vciàda, il rituale carnevalesco itinerante risalente a un’antica tradizione burlesca contadina al quale si interessò anche il grande etnomusicologo statunitense Alan Lomax, nel 1954, quando le sue ricerche lo portano a Pontelangorino di Codigoro. La vciàda delle “origini”, che prevedeva un canto d’entrata, al quale seguiva la vera e propria rappresentazione, si praticava dall’inizio dell’anno e, a volte, anche da Natale, al giorno di Sant’Antonio Abate, “al dì dal Vcion” raggiungendo il suo culmine il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, “al dì dla vècia”: si trattava di scenette dialettali rimate, ambientate nei porticati delle case coloniche o nelle stalle vuote, che prevedevano il rovesciamento dei ruoli sociali della vita comune; servi e poveri diventavano re e principi. Questo rito, praticato anche nel Polesine, fu “esportato” e reinterpretato dai pastori transumanti che provenivano dall’Appennino pistoiese. Nel libro la prefazione è di Gian Paolo Borghi e la post fazione di Julio Vàsquez. Le immagini sono del pittore Vito Tumiati, la copertina di Maria Chiara Mari. «Un ricordo particolare va infine – conclude Musacchi – a Iosè Peverati, maestro della poesia dialettale contemporanea, recentemente venuto a mancare». —

Marina Cazzanti

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