La Nuova Ferrara

L’ANNIVERSARIO 

Con L’Italia di Dante Ferroni riscopre il Paese ispirandosi al poeta

Matteo Bianchi

Per i 700 anni della morte è uscito il nuovo saggio del critico «Poesia dalla forza “spaziale”: mi ha guidato nel viaggio» 

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La terzina con cui Giulio Ferroni, accademico e critico letterario già membro del comitato scientifico della Fondazione “Bassani”, ha deciso di omaggiare i lettori della Nuova Ferrara era molto cara ad Ariosto. E gli fu indispensabile per forgiare l’incipit dell’Orlando furioso. Si tratta dei versi 109-11 del quattordicesimo del Purgatorio, cantica nella quale l’ascesa del poeta diventa faticosa, ma sempre più fiduciosa: “e donne e '’cavalier, li affanni e li agi / che ne ’nvogliava amore e cortesia / là dove i cuor son fatti sì malvagi”.

Nel suo nuovo saggio L’Italia di Dante (La nave di Teseo), uscito in occasione dei 700 anni dalla morte del Sommo Poeta, Ferroni ricostruisce una mappa illuminata dai luoghi che Dante ha reso eterni con la poesia.

Quando ha deciso di riappropriarsi fisicamente del nostro Paese seguendo i versi della Commedia?

«L’idea è nata anni fa, dalla capacità della lingua dantesca di far vedere la realtà, dalla suggestione del suo movimento, del suo camminare, notato per esempio da due poeti tra loro tanto diversi come Dino Campana e Osip Mandel’štam. Insomma, la poesia di Dante ha una forza “spaziale” che mi ha fatto sentire il desiderio di percorrere i suoi luoghi, riconoscere e ritrovar l’Italia, quella del passato e quella del presente, guidato dai suoi versi».

Cos’è rimasto degli appellativi, ma di più, dei volti che il poeta attribuì a un’Italia che oggi bistratta il suo passato e le sue radici linguistiche?

«I nomi sono rimasti quasi tutti, anche se i volti sono naturalmente mutati: i luoghi hanno acquistato spesso nuova bellezza, attraverso le vicende architettoniche e urbanistiche, attraverso l’impegno e la creatività umana nel corso dei secoli; ma ci sono anche i luoghi (specie certi castelli isolati) che sono andati in rovina, o sono stati trasformati in qualcosa di poco piacevole. Ma noi possiamo avvertire in ogni luogo il passaggio del tempo, il cammino di un’intera civiltà, con le sue conquiste e le sue lacerazioni. E tra l’altro una maggiore attenzione alla lingua di Dante potrebbe aiutarci a percepire il valore della storia e della memoria: ne abbiamo bisogno proprio per costruire un futuro non catastrofico».

La Commedia parte nel mezzo di un sentiero e procede per via senza sosta, scendendo e salendo; quasi il ritmo stesso della poesia sia accompagnato dal respiro, e l’atto di camminare diventi fonte stessa di esperienza e incontro col proprio tempo.

«Il procedere dell’Inferno si dà nel passo della discesa (ma non vi manca un’improvvisa e angosciosa risalita): uno scendere rovinoso, tra i mostri e gli orrori, tra quelle che si direbbero le rovine della vita collettiva, del mondo storico e del mondo contemporaneo: dove nei dannati è fissato per sempre, nella loro pena irredimibile, compimento definitivo del senso stesso del loro essere, il rilievo del male: un andare sostenuto da una radicale forza critica».

Perché la denuncia del male mondano non si attenua mentre Dante risale?

«Persino nei momenti più luminosi, nelle rivelazioni vertiginose e accecanti della luce paradisiaca, il volo di Dante insieme a Beatrice continua spesso a piegarsi verso il destino della terra, alle vicende della storia contemporanea».

In cosa consiste l’assoluta modernità del poema?

«Oltre a creare una lingua poetica capace di dire tutto - dice Ferroni -, cosa che prima di lui non era accaduto per nessuna delle nuove lingue volgari, Dante abbia inventato il personaggio moderno. Nel vorticoso succedersi delle anime che egli incontra si fissa, spesso anche con pochi versi, un ricchissimo mondo umano: personaggi come presenze vitali, in cui l’identità umana si riconosce come identità letteraria».

Matteo Bianchi

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