La Nuova Ferrara

L’OMAGGIO 

«È più che mai attuale in questo momento: la pandemia modifica il sistema dei valori»

Irene Lodi
«È più che mai attuale in questo momento: la pandemia modifica il sistema dei valori»

Montanari, Ghedini e Farnetti a confronto con la Commedia «Opera immortale perché in quei versi troviamo tutto»

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E in omaggio a Dante abbiamo chiesto di commentare alcuni passaggi della sua Commedia a tre figure note nel panorama culturale ferrarese.

Specchio di Dante, Ulisse si trova tra i gironi infernali perché ha peccato di hybris, sfidando gli dei con la sua insaziabile sete di conoscenza. Ma la curiosità è davvero una colpa? Nel canto XXVI i consiglieri fraudolenti sono avvolti in spire di fuoco, bruciando per l’eternità, poiché era impensabile, per l’uomo medievale, un mondo in cui l’intelletto umano prevaricasse la sfera del divino. Ulisse non è innocente, come non lo è Dante: è necessario superare la propria superbia per giungere alla salvezza, il Poeta deve affrontare e lasciarsi alle spalle la parte di sé che più teme, lo stesso orgoglio che lo porta a disquisire con papi, beati e imperatori, non risparmiando nessuno. Schiere di critici si sono da sempre interrogati sul significato di questa terzina: chi è, davvero, Ulisse, una vittima incolpevole del suo tempo o un uomo che varca la soglia del proibito? Ciò che è certo è che il senso della vita umana è tutto qui, nel discorso che pronuncia l’eroe omerico per convincere i compagni al folle volo: “Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”. Lo sa bene la professoressa Rita Montanari, che ha scelto queste parole: «Siamo esseri umani e abbiamo la capacità di discernere: non dobbiamo sciuparla. Leggere, studiare, scoprire, sono attività di cui mai dobbiamo stancarci, per tutta la vita. Dante è immortale perché nella Commedia c’è tutto: la gioia dell’uomo, il peccato, ogni nostra debolezza, ma anche ogni nostra aspirazione, il nostro ambire al cielo. Se i giovani non lo leggono è perché fatto a scuola diventa un mattone, ma spero sempre lasci almeno un baleno di curiosità, affinché venga ripreso in mano, col tempo».

LA COERENZA

È l’amore a muovere ogni azione umana: a seconda che sia troppo o troppo poco ha conseguenze diverse, ci porta verso il Bene o verso il Male, ma resta sempre causa e origine del nostro essere. Lo spiega bene Virgilio, nel canto XVII del Purgatorio, in cui si illustra l’ordine con cui sono sistemati i peccati nel nuovo universo di speranza. Lasciate alle spalle la disperazione e le tenebre dell’Inferno, Dante e Virgilio, indirizzati da uno spirito divino, si fanno strada oltre la quarta cornice – esattamente a metà del poema – attraverso una nube di fumo: lentamente si dirada, come la nebbia di montagna, che si dissolve a poco a poco nella luce del tramonto. «L’etica e la morale fanno parte della nostra esistenza da sempre – commenta la giornalista Camilla Ghedini –, ma c’è un momento della vita in cui ce ne rendiamo conto e comprendiamo il senso vero del nostro agire. Nella prima parte della vita si sperimenta, poi ci si comincia a misurare con la propria coerenza».

Il Purgatorio è il canto intermedio, quello che meglio rappresenta la condizione dell’essere umano, costantemente in bilico tra peccato e salvezza: c’è già l’idea di felicità, l’aspirazione al divino, ma ci si trova ancora in condizione di precarietà. Qual è, allora, il segreto di una vita serena? “Altro ben è che non fa l’uom felice; / non è felicità, non è la buona/essenza, d’ogne ben frutto e radice”. «In questa terzina – aggiunge – Virgilio presenta l’idea di essenzialità: si può fare a meno dei beni terreni, ma si arriva a comprenderlo col tempo, serve una certa maturità. E in un momento come questo Dante è più che mai attuale: con la pandemia abbiamo tutti dovuto rivedere il nostro sistema di valori, confrontandoci con ciò che conta davvero».

la delicatezza

Ed è una gemma a chiudere il quinto canto del Purgatorio: una pietra preziosa, la stessa che il signorotto di Maremma regalò a Pia de’ Tolomei, sposandola. Una vicenda misteriosa quella della giovane senese, strappata alla vita e ricordata tra gli spiriti morti “per forza”, che non hanno avuto tempo, se non l’ultimo istante, per redimersi. «La Pia – spiega la professoressa Monica Farnetti – è una figura emblematica e struggente; anche se le sono riservati pochi versi, le sue parole sono incandescenti e indimenticabili». Tutte le anime del Purgatorio hanno bisogno della preghiera dei vivi per accorciare la propria pena, anche Pia dunque, tanto più che sulla Terra non le è rimasto nessuno di caro, ma la sua delicatezza la distingue: «È l’unica figura che prima della soddisfazione della propria necessità pensa all’altro da sé, antepondendo chi ha di fronte»: Deh, quando tu sarai tornato al mondo/e riposato de la lunga via/ricorditi di me, che son la Pia. «Questi versi sciolgono il cuore: la protagonista mette davanti il benessere e l’energia dell’altro, si prende a cuore questo pellegrino sconosciuto, e solo poi fa la sua richiesta. La sua estrema solitudine e ciononostante la capacità di rapportarsi all’altro, fa di lei una figura del tutto attuale».

La capacità di sintesi di Dante è esemplare, ma qui raggiunge uno dei suoi estremi e la storia del personaggio va in poche sillabe: nascita, matrimonio e morte sintetizzano tutta un’esistenza. «Impossibile non notare il richiamo all’altra “mal maritata”, la signora di Rimini – dice Farnetti – è interessante però che, se Francesca cova rancore per l’eternità, Pia dimentica il profilo da assassino del marito, e lo ricorda nel momento felice. Questa personalità così contratta e legata al suo essenziale è una grande lezione di civiltà, e di amore».

Irene Lodi

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