Straferrara, novant’anni di teatro no stop Spettacoli anche sotto i bombardamenti
La compagnia ferrarese fu fondata il 14 agosto 1931. Gli attori recitarono al fianco di Vallone ne “Il mulino del Po”
LA STORIA
Novant’anni sono un bel traguardo per chi li raggiunge, specie se a farlo è una compagine di teatro. La Straferrara può dire di avercela fatta. Attrici e attori hanno superato brillantemente il corso degli anni con commedie che, a volte più e a volte meno riuscite, hanno lasciato un segno nella tradizione ferrarese.
PRIMI PASSI
Protagonista della “Grande magia”, come la definiva Eduardo De Filippo, è la compagnia ferrarese. Il 1923 è l’anno che segna la nascita ufficiale della produzione di commedie originali scritte in lingua dialettale ferrarese: il merito va tutto ad Alfredo Pittèri, il più grande autore di opere in lingua dialettale ferrarese, certo, “tradotto” e rappresentato in quasi tutti i dialetti dell’Italia Settentrionale – ma anche autentico intellettuale antesignano del suo tempo, collaboratore, tra gli altri di F. Tommaso Marinetti – ed al suo Adìo, Rusìna che vede la luce il 23 marzo di quello stesso anno al Teatro del Soldato di via XX Settembre. La data di nascita, quasi sacra per il teatro dialettale ferrarese, è invece il 14 agosto del 1931: quel giorno viene fondata la compagnia Straferrara e capocomico è un grande attore di vecchia data ed alto lignaggio drammaturgico, il non ancora cavalier Ultimo Spadoni; insieme con lui Norma Masieri, in arte Juliska, moglie di Alfredo Pitteri, Erge Viadana (la migliore interprete in senso assoluto de La Castalda, uno dei loro cavalli di battaglia), Mario e Piero Bellini, Umberto Makain, Renato Benini, Leonina Guidi Lazzari e Arnaldo Legnani, sottoscrivono l’atto costitutivo.
SOTTO LE BOMBE
La neo-compagnia esce ufficialmente allo scoperto circa due settimane più tardi, il 3 settembre di quello stesso 1931, sede il Teatro dei Cacciatori di Pontelagoscuro. La commedia proposta era “Pàdar, fiòl e... Stefanìn”, un testo di Alfredo Pitteri, cui fece seguito, come prassi d’allora, un atto unico sempre di sua mano, “L’unich rimèdi”. La Straferrara di Ultimo Spadoni e di sua moglie Teresa Bosi resse fino al 1967 e poi, con passaggio di artistico testimone, fu nelle mani della loro figlia “Cici” Rossana Spadoni (la così definita dalla stampa nazionale di allora la Shirley Temple italiana, talmente brava da calcare le scene, all’età di tre anni, con una compagnia a lei intestata, proponente testi di autori nazionali come Eligio Possenti, anche a Trieste o, Dario Niccodemi) che la diresse insieme con il marito Beppe Faggioli, mantenendola tuttora, pur se Beppe, il grande Beppe, ci ha lasciato quasi 8 anni fa... Da quel lontano 1931 a tutt’oggi – com’è ben noto – la Straferrara non ha mai smesso di recitare, neppure in tempo di guerra, sotto i bombardamenti: attori, personaggi/interpreti, caratteristi hanno sempre lavorato, con contributi a vario titolo, per il grande cinema girato a Ferrara (Michelangelo Antonioni, Vittorio De Sica, Gianfranco Mingozzi, Gigi Magni, Florestano Vancini, per non citarne che alcuni, ferraresi e no, nazionali e internazionali) e per la televisione degli sceneggiati-capolavoro che hanno fatto storia e, soprattutto, cultura, come “Il mulino del Po”, popolare saga letteraria di Riccardo Bacchelli, portata sullo schermo da Sandro Bolchi nel 1963.
ACCANTO AI GRANDI
È interessante rilevare che nei titoli di testa, tra i grandi attori protagonisti come Raf Vallone, Gastone Moschìn, Tino Carraro e Giulia Lazzarini, figuravano giustamente e “senza differenza alcuna” i nomi dei grandi del tempo della Straferrara: Beppe Faggioli, la già citata Erge Viadana, Romano Masieri ed Olivo Ardizzoni – l’indimenticabile comico e caratterista che portava lo scutmai (il soprannome) di “Zurzìn” in scena. Dalla stessa opera bacchelliana era già stato tratto, nel 1948, un ottimo film di Alberto Lattuada, interpretato dalla moglie, Carla Del Poggio, e dal francese Jacques Sernas, quest’anno riproposto nell’ambito dell’appena concluso festival del Cinema Ritrovato di Bologna.
Maria Cristina Nascosi
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