Ferrara, Bennato protagonista al Comfort Festival: «Il rock contro gli stereotipi della società»
Due giorni di musica al Parco Bassani di Ferrara, il cantastorie si esibirà venerdì 3 settembre: così ho mescolato il blues e la fantasia
FERRARA. «Ho sempre cercato di raccontare storie, lanciare messaggi e fare domande. Dicevano che il blues è la musica del diavolo, ma non perché fosse demoniaca, bensì perché invitava il pubblico a dubitare, a riflettere. Con la mia musica cerco di fare questo, di combattere gli stereotipi della società». Sono le parole di Edoardo Bennato, 75 anni compiuti ed energia da vendere. Venerdì alle 21.55 sarà a Ferrara per la prima edizione del Comfort Festival, due giorni di musica al Parco Bassani organizzati da Barley Arts in collaborazione con Teatro Comunale e Comune di Ferrara. Sulla scena da più di cinquant’anni, Bennato, porterà sotto i riflettori i brani di ieri e di oggi, grandi classici che, a dispetto del tempo passato, sanno parlare al presente.
Bennato, perché il rock?
«La musica rock trae linfa dai paradossi. Il rock può mettere in luce le contraddizioni della società, i suoi squilibri e le sue tensioni. La musica leggera ha un’altra missione, quella di distrarre, tranquillizzare e divagare. Non fa per me. Io nelle canzoni attingo dalle emergenze, sia mie sia del mondo che mi circonda».
Senza però dimenticare l’importanza della musica e del ritmo.
«Esatto. Non scrivo trattati e non faccio lezioni all’università, scrivo brani musicali e per questo devo saper coniugare più aspetti. Cerco di trasmettere buone vibrazioni. Posso parlare di argomenti scomodi, affrontare questioni dure ma devo sempre ricordarmi di farlo con ironia e sarcasmo».
Quale album le viene in mente?
«È così per esempio in “I buoni e i cattivi” o ne “La torre di Babele”, dove la critica ai preconcetti emerge già dalla copertina. Non mi interessa evidenziare ciò che non va e basta, preferisco smontare i luoghi comuni e per farlo ho spesso trovato ispirazione nella fantasia. “Burattino senza fili” ispirato al Pinocchio di Collodi, “Sono solo canzonette” con Peter Pan e Capitan Uncino, poi “La fantastica storia del pifferaio magico”».
Blues, rock e fiabe, un mix unico.
«Sì, una miscela che mi ha permesso di parlare ad un pubblico vastissimo. Ai concerti quando canto “Il rock di Capitan Uncino”, vedo che il messaggio arriva forte e chiaro sia ai dodicenni sia agli adulti; anzi forse più ai bambini perché spesso gli adulti sono già troppo “contaminati” da sovrastrutture e frasi fatte».
Alcune sue opere sono pietre miliari della musica italiana. Quando le ha scritte si aspettava un successo simile?
«No. Il mio primo album “Non farti cadere le braccia” arrivò nel 1973 dopo anni di gavetta. A diciotto anni mi trasferii da Napoli a Milano per studiare architettura e intanto fare musica e frequentare le case discografiche. Finalmente riuscii a fare il mio primo disco ma dopo due mesi la Ricordi (l’etichetta, ndr) disse che l’album non funzionava, e nemmeno io, e sciolsero il contratto. Io però credevo di aver fatto un buon disco».
E poi cosa successe?
«Andai alla Rai a Roma e mi misi a suonare in strada, davanti agli studi. Ero solo con le mie canzoni e i miei strumenti, una cosa provocatoria e punk. Alcuni giornalisti di “Ciao 2001” rivista in voga all’epoca tra i giovani mi notarono e finii a un festival a Civitanova Marche con Franco Battiato e tutto il gotha della musica controcorrente di allora. Da lì cambiò tutto».
E la casa discografica?
«A settembre mi richiamarono, mi fecero un nuovo contratto, incisi un 45 giri e poi feci “I buoni e i cattivi”».
Durante il lockdown ha scritto “La realtà non può essere questa”, brano i cui proventi sono stati poi devoluti agli ospedali di Napoli. Com’è nata?
«È stato mio fratello Eugenio, una persona geniale che mi sostiene e supporta fin dagli inizi, a darmi lo stimolo giusto. In mezzo a tutta l’incertezza e alla paura di quei giorni mi ha chiamato e mi ha detto: “Edoardo, invece di farci prendere dal panico perché non facciamo una canzone?”. Il brano è stato poi inserito in “Non c’è”, raccolta in cui le canzoni di ieri si intrecciano con quelle di oggi».
Sul palco ha ancora energia da vendere, da dove la tira fuori?
«Non so, sono fatto così e mi ritengo fortunato. Gioco a calcio, faccio windsurf e suono. Mi piace vivere on the road e fare concerti. Non ho mai fumato né bevuto, forse sono diverso e un po’ sbagliato per l’immaginario del rock ma quelli sono solo stereotipi, e io li smantello».
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