La Nuova Ferrara

Dalla scrittura alla moda, Dante uomo di stile

Micaela Torboli

Busti, ritratti e miniature: l’abbigliamento e i colori del celebre scrittore variano a seconda degli artisti e della storia

3 MINUTI DI LETTURA





Il busto di Dante Alighieri che si espone in occasione delle celebrazioni dantesche alla biblioteca Ariostea Ferrara (dal 2 settembre al 2 febbraio) è una classica produzione della premiata Manifattura di Signa, di fine Ottocento o dei primi anni del Novecento. Si tratta di una terracotta monocroma patinata (cm. 41x41x21) ad imitazione del bronzo, prodotta, come da punzone, nella fabbrica di ceramiche artistiche fondata nel 1895 dai fratelli Bondi, specialisti nella plastica artistica, intesa come arte di modellare, non come uso di prodotti derivati dal petrolio.

L’OPERA

Essendo Signa un Comune che orbita su Firenze, ritrarre Dante fu tra i primi progetti degli artefici. Nulla di fantasioso, bensì una ispirazione diretta ad uno dei ritratti in scultura più noti del Sommo Poeta, quello presente a Napoli, attualmente al Museo Nazionale e Real Bosco di Capodimonte. Si tratta di un bronzo alto 34 centimetri, probabilmente eseguito in una bottega toscana alla fine del ’400. Nella mente abbiamo tutti quanti fissa l’immagine di Dante con la «berretta bianca aderente alla testa con punte coprenti gli orecchi, cui è sovrapposto un berretto con fascia al sommo della fronte e un ricasco a cappuccio sul dorso» (A. M. Francini Ciaranfi così lo descrive, 1970, nell’Enciclopedia Dantesca). Per lo più non manca sulla sua fronte la corona d’alloro, ma i ritratti danteschi privi di essa sono più diffusi di quanto si pensi. Sappiamo da Boccaccio (Trattatello in laude di Dante, 1355 ca.) che Dante portava una barba nera e crespa, ma tale non lo effigiò quasi nessun artista, anche se restano alcune scelte di questo tipo, tra cui quella di Cristofano dell’Altissimo (però con una barba di pochi giorni: opera della metà del ’500, Uffizi) e la si vede in rare raffigurazioni non coeve al poeta. Certo la barba va e viene, un uomo può sceglierla anche solo per brevi periodi. Il busto ferrarese mostra un abbozzo delle spalle, e lascia immaginare quello che è l’abbigliamento che quasi sempre denota Dante, ovvero il lucco rosso, un ricco e lungo abito tipico dei medici fiorentini, nei dipinti spesso ornato di pelliccia bianca di vaio (varietà di scoiattolo). Questo perché Dante a Firenze era membro dell’Arte ed alla Corporazione dei Medici e degli Speziali: aveva studiato anche medicina e filosofia, nel Medioevo pensate come dottrine affini, ma s’iscrisse principalmente per entrare in politica, cosa che non si poteva fare se non aderendo ad una corporazione.

IL DRESS CODE

Ma Dante, oltre che alternare rasatura a fasi barbute, doveva ben cambiarsi anche d’abito, ovviamente, e gli artisti non mancarono di uscire dagli schemi tradizionali per ritrarlo. In una miniatura di Priamo della Quercia, fratello dello scultore Jacopo, facente parte della Divina Commedia “codice Yates Thompson 36” (1450 ca., Londra, British Library) è tutto vestito in un luminoso azzurro lapislazzulo, in altri codici miniati medievali indossa vesti giallo dorate con stivaletti e berretta rossi, oppure è in grigio-blu ferreo o ancora è dipinto con un abito di un bel rosato. Per ogni foggia vi sono berrette coordinate. I colori usati dai miniatori hanno senz’altro valenze simboliche oltre che spinta cromatica. Dante Alighieri è anche tutto questo.

Micaela Torboli

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google