La Nuova Ferrara

LA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 

Martone e Toni Servillo servono la grande recitazione all’italiana

Martone e Toni Servillo servono la grande recitazione all’italiana

In concorso “Qui rido io”, omaggio alla biografia dell’eterno Eduardo Scarpetta fra miseria e nobiltà di artista e di uomo, indagando nella «paternità negata»

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Venezia. La paternità negata, il grande cinema, la storia del teatro e della cultura di Napoli e dell’Italia intera. La recitazione di Toni Servillo, la regia di Mario Martone, l’ispirazione che nasce da una delle più grandi commedie di De Filippo, “Il sindaco del rione Sanità”. Tutto questo (e molto altro) si trova in “Qui rido io” l’ultimo film di Mario Martone in concorso alla 78esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

«Una scintilla apparsa lavorando al “Sindaco del rione sanità”, un tema che mi aveva colpito molto» spiega lo stesso regista durante la conferenza stampa di presentazione della pellicola che arriva nelle sale da domani. Si tratta del film dedicato alla vita del grande attore comico napoletano Eduardo Scarpetta, , capostipite della dinastia teatrale degli Scarpetta-De Filippo, inventore il teatro dialettale moderno, autore di capolavori come “Miseria e nobiltà”. Per portare sul grande schermo una figura del genere, a tratti anche controversa – basta pensare alla difficoltà a riconoscere i figli (tutti i De Filippo) – Martone si è affidato a un attore versatile e acclamato, come Toni Servillo.

Servillo sarebbe stato capace di restituire tutte le sfaccettature della vita di quello che Martone definisce un «genio del teatro, un patriarca amorale spinto dalla fame di riscatto e di rivalsa che lo spinge addirittura a scrivere “Qui rido io” sul muro della villa che riesce a comperarsi con il successo delle sue commedie». Sullo sfondo della narrazione c’è la Napoli della Belle Epoque, raccontata attraverso la musica – continua il regista – che diventa «una scenografia sonora, un viaggio sentimentale. La Napoli evocata attraverso il canto è una città al fondo dolente che fa della recitazione e del canto una maschera per gettarsi nella vita; una città che sa cos’è la condizione umana e proprio per questo da sempre adotta maschere».

Spiega di rimando Toni Servillo: «Ho immaginato Scarpetta come un animale. Gli animali predano non a caso ma tracciano dei contorni all’interno dei quali stabiliscono la loro caccia. Scarpetta aveva questa brama di vivere, tracciava i limiti e poi predava... predava donne, teatro, testi, città, tournée in uno scambio straordinario di vita e palcoscenico o palcoscenico e vita» . Secondo Servillo, nella vita di Scarpetta «si mischiano le tende dei salotti e le quinte del palcoscenico. E l’affresco fatto straordinariamente da Martone ci dimostra di quanta vita è fatto il teatro e quanto teatro ci sta nella vita». Basta ricordare alla guerra che per tre anni contrappose in tribunale Scarpetta e D’Annunzio: l’artista napoletano osò sbeffeggiare il “Poeta” allestendo lo spettacolo “Il figlio di Iorio” (parodiando “La figlia di Iorio”). Vinse davanti ai giudici, ma soffrì moltissimo per la vicenda.

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