Occupazione e pandemia «Pochi posti per le donne»
Per la prima volta nella storia il tasso di occupazione femminile, in Italia, supera la metà, è il 50,1%. La distanza dal resto d’Europa è ancora tanta, ma il progresso è innegabile: è il 2019. Poi, c’è la pandemia. Oggi, dopo quasi due anni di emergenza sanitaria, il dato è nuovamente in calo. Ne hanno parlato Amaia Pérez Orozco, economista e attivista spagnola di Colectiva XXK e Paola Villa, dell’Università di Trento, moderate dalla giornalista Roberta Carlini, nell’incontro di ieri pomeriggio all’ex Teatro Verdi, curato dalla redazione di ingenere.it. «L’impatto del Covid sull’occupazione e sul benessere femminile è stato importante – ha dichiarato Paola Villa – Senza contare che, tra le donne occupate, circa il 37% lavora part time, e la maggior parte, involontariamente». In pandemia sono stati certamente presi dei provvedimenti, si pensi al blocco dei licenziamenti e alla cassa integrazione, ma le donne hanno perso molto più rispetto agli uomini e alla media europea. «Questo perché con essi si proteggevano i lavoratori “standard” – parole di Villa – e non è il caso della maggioranza delle donne».
La vera ragione di questa disfatta, secondo l’esperta, è da ricercare nella segregazione settoriale dell’occupazione: «Le donne hanno subìto maggiori danni perché hanno per lo più professioni legate ad ambiti specifici: servizi alla persona, ristorazione, turismo, commercio al dettaglio». Anche Amaia Perez è intervenuta sottolineando l’importanza di una visione d’insieme: «La pandemia ha dimostrato che la vita è il bene più prezioso da proteggere, e solo insieme possiamo salvaguardarla». Ma le strutture socio economiche non sempre sostengono il benessere e dunque ci ritroviamo in dinamiche perverse: «Più i lavori sono essenziali, più sono precari e al femminile. La risposta politica è stata insufficiente e tardiva e non si è affrontato il problema di fondo: il conflitto tra accumulazione del capitale e gestione della cura della vita». Un esempio? Le case di cura, dove già prima della pandemia le donne denunciavano pessime condizioni di lavoro, e hanno visto decine di vittime per Covid. «Quello che manca davvero – ha aggiunto Villa – è la domanda per lavori decenti: i posti offerti sono pochi e scadenti. Spero che l’uso dei fondi europei favorisca la crescita di nuove imprese dinamiche, capaci anche di investire sulle donne». Non è altrettanto ottimista Amaia Pérez, convinta della necessità di riforme profonde e che pongano al centro la cura della vita, con meccanismi concreti.
Irene Lodi
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