Polesella nuova meta per i roesi Il ponte che divide invece di unire
Lo scrittore Abruzzese dà vita a un viaggio nella pianura e in una provincia tutt’altro che vicina L’ex Bbs a Ruina immagine del lavoro che non c’è e costringe i residenti ad attraversare il Po
IL VIAGGIO
A fine settembre, nella pianura, basta un solo giorno di maltempo per passare dalla piena estate all’autunno più profondo. Dopo i temporali di ieri e le temperature crollate, stamane riconosco il cielo ottobrino e l’aria fresca di tanti viaggi verso il limite estremo della pianura. Anche oggi per esempio c’è la luce orientale che si fa strada nella foschia delle geometriche campagne ferraresi, in grado com’è di produrre quel mondo ovattato e privo di contorni a cui ho preso a voler bene grazie agli scritti di Bassani e Celati. È un mondo silenzioso e dimesso, quello della pianura verso il Po, il Reno e l’Adriatico, in cui per guardare occorre ripetere ostinatamente i propri percorsi. La pianura è sì manifesta, ma mai eclatante, ecco perché va scorta proprio laddove sembra non ci sia niente da vedere. I suoi paesi e le frazioni, distesi e allungati lungo le strade principali, sembrano il contrario di tanti altri luoghi italiani arroccati, murati e incastellati tra colline o montagne. La sensazione è che qui niente sia immutabile: la pianura resta aperta. Altri sono i luoghi impenetrabili, afflitti da una diversa angustia, in cui la materia plasma i rapporti, e il corpo delle città e dei paesi, perpetuando avidi privilegi fin nei simboli, riproducono idee e pratiche quasi inconsce, ma sempre di granitica conservazione, sudditanza o familismo. La pianura, almeno stamane, mi appare plasmabile e ricca di continue vie di fuga.
LE TAPPE
Quanto all’itinerario scelto, stavolta, quasi non volendo, finisce a Polesella. Anzi, all’inizio per rivedere certi luoghi, vecchie corti divenute condomìni di lusso, lottizzazioni varie, aie abbandonate e canali alberati, ho preso per Pontegradella e Baura. Poi come al solito mi sono fermato a Ruina, ipnotizzato dagli archi della chiesa di San Martino dietro cui si intravede uno sterminato e silente orizzonte. Si tratta del principio di una grazia desolata a Pescara e Ruina, che si fa più profonda e enigmatica, quanto più ci si allontana da Ferrara. È quel che resta della minuta provincia italiana, messa a dura prova dallo scarso ricambio generazionale, dalla fuga dei giovani verso le città, e dall’assenza di politiche mirate ai problemi del territorio.
L’itinerario prende forma poi al semaforo di Ruina, dove, mai notata in precedenza, giace una grande fabbrica abbandonata (si tratta dell’ex Bbs; ndr). La fabbrica, sebbene transennata, ha le porte e le finestre aperte, come se i proprietari e gli operai fossero fuggiti all’improvviso e per sempre. Poco più avanti, al bar di Onix, alcuni clienti mi dicono che produceva cerchioni e dava lavoro a centinaia di persone, ma l’hanno spostata da qualche altra parte, forse in Cina, e nessuno ne ha più saputo nulla. Ormai, continuano i miei interlocutori, resta solo la Berco a Copparo, anzi se voglio trovare qualche ex operaio della fabbrica dismessa devo andare a Polesella e Rovigo, che qui ormai per ogni cosa si passa il ponte e molti vanno a vivere dall’altra parte. Ferrara è lontana, invece il Veneto costa meno e offre più servizi, dicono.
La cosa che più mi colpisce del nostro colloquio, è il lieve smarrimento, quasi un pudore di fronte alle domande rivolte. È come se ormai non solo alla provincia nessuno chieda più nulla, ma non ci siano più luoghi e referenti per capire, discutere, argomentare cosa accade. Oggi il mondo, anche qui a Zocca e a Ro, come nel resto del paese, accade per una forza propria e indipendente, distante e quasi anonima, mediata dalle tv e dai social. La geografia vincente dei paesi resta nei pochi flussi incessanti di auto e camion, dove funziona il commercio, mentre le vecchie vie d’acqua restano appannaggio di qualche sparuto pescatore.
OLTRE IL PONTE
Giunto a Polesella in cerca di ex operai, vi trovo il mercato settimanale del lunedì, sicché l’aria è impregnata di pesce fritto cucinato dagli ambulanti provenienti da Chioggia e Porto Tolle. Il pesce mi fa dimenticare qualsiasi scopo precedente. Così, con l’acquolina alla gola prendo a camminare per il paese diviso in due per via del ponte in cemento armato che unisce le sponde del Veneto e dell’Emilia. Il merluzzo fritto è ottimo ma ho le mani unte e nemmeno un fazzoletto per pulirle. Dal Municipio il ponte sembra muro e barriera. Unisce due sponde, due province e regioni, due paesi, certo, però divide da dentro, come una frattura, il corpo di Polesella. È strano attraversare questo paese-ponte, unione di sponde, perché il suo corpo sembra dire che ognuno di noi per protendersi in avanti e cercare gli altri, a volte è costretto a qualche rinuncia. Dall’argine, simile a un quadro di Corot, la maestà lussureggiante del Po. Cammino fino a Borgo Santa Maura, riabitato da tedeschi e austriaci, c’è una locanda chiusa. Anche qui, tra Ro e Polesella, vincono le strade e la visibilità dei flussi automobilistici. Locali e negozi alla moda, modernissimi, dopo il ponte e al bivio di Ro. Paese pulviscolare e eccentrico al suo interno, Polesella si sparge per le vie principali, lasciando la piazza alle auto o al mercato del lunedì.
Sandro Abruzzese
(1ª - continua)
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