Ferrara, Grandi torna con “Segnali di fumo”: «Contro l’odio solo l’amore potrà salvarci»
Il padre, gli eroi silenziosi e i western di Leone: il cantautore centese racconta il nuovo album fuori dopodomani
FERRARA. Si intitola “Segnali di fumo” il nuovo album di Saverio Grandi, in uscita venerdì su tutte le piattaforme digitali. Nove canzoni in cui il paroliere centese (autore tra gli altri per Vasco, Ramazzotti e Pausini) indossa i panni del cantautore e fa suo tutto ciò che compone. «Dopo la scomparsa di mio padre – dice - ho sentito la necessità di scrivere, di mettere in musica le sensazioni che provavo, le cose che sentivo». L’uscita sarà accompagnata dal singolo “L’amore crede l’amore può”, scritto da Pacifico e composto da Grandi.
Perché ha scelto questo brano per lanciare il disco?
«Mi guardo intorno e mi sembra di essere tornato al Medioevo. Attorno a me vedo odio, rabbia e cattiveria. Sicuramente il coronavirus ha esasperato tutti questi sentimenti che però erano già presenti. Io ho scelto di ripartire dall’amore perché, appunto, “L’amore crede l’amore può”. Le tanto bistrattate canzoni d’amore penso siano invece importanti. Lucio Dalla diceva: “Ci salverà l’amore”; lo credo anche io».
Con “Svegliami quando sarà finita” sembra di tornare ai tempi del lockdown, ad un periodo mai vissuto prima.
«La pandemia in qualche modo è entrata anche in questo lavoro, penso che i due anni vissuti abbiano segnato tutti in una maniera o nell’altra. Ho sempre vissuto il dormire un po’ come una perdita di tempo, come cantava Vasco: “Voglio una vita che non dormi mai”. In quei mesi invece mi sono trovato a desiderare il contrario e non mi piaceva. La musica mi ha dato la scossa giusta, mi ha risvegliato».
Chi sono gli “Eroi silenziosi” di cui canta?
«Sono il motore della nazione, sono quelli sempre sul pezzo ma che non fanno notizia. Sono quelli che si alzano tutte le mattina e portano avanti il loro discorso senza clamori».
La canzone che dà il titolo al disco è anche quella che lo chiude. Com’è nata “Segnali di fumo”?
«Sono sempre stato affascinato dall’immaginario americano, i western di Leone, di Ford, la frontiera... La copertina è un po’ un omaggio a quel mondo lì. I nativi comunicavano attraverso i segnali di fumo, un linguaggio silenzioso e in codice. Oggi avremmo bisogno di fare un passo indietro, di abbassare i toni e questa metafora mi piaceva».
A suo padre ha dedicato una canzone.
«Sì, è una dichiarazione d’amore e allo stesso un flusso liberatorio. Tra me e lui ci sono stati scontri e incomprensioni, mi voleva bene ma eravamo diversi. Alla fine non ci siamo mai chiariti e mi dispiace, ho cercato di farlo qui. Penso che nessuno dovrebbe lasciare conti in sospeso».
Quando ha capito che le canzoni sarebbero diventate un disco?
«Dopo “A mio padre”. In quel momento mi sono detto: “Ok, facciamolo”. Raffaele Montanari, amico e discografico che ringrazio, ha sposato l’idea e mi ha assecondato. Così è nato “Segnali di fumo”, un disco denso e sincero in cui ho messo a nudo me stesso».
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