L’Inferno di Bouguereau Da artista snobbato a vera star di Instagram
La mostra “Inferno di Jean Clair” alle Scuderie del Quirinale (via XXIV Maggio 16, Roma, fino al 9/1/22) restituisce l’interesse estetico e storico che Clair, intellettuale e Accademico di Francia, nutre per Dante, riflesso nell’influenza del poeta sulle arti figurative, nell’anno che celebra i 700 anni dalla sua morte. Clair esprime le proprie scelte dantesche grazie a opere di artisti come Botticelli, Goya, Manet, Rodin e Balla. Per capire il taglio critico della mostra è utile scegliere una singola opera esposta, della quale sviscerare i significati. Nella lista dei pittori citati nelle recensioni della mostra, quasi mai compare il nome di William-Adolphe Bouguereau, seppur presente a Roma. Accade perché il maestro non gode dei favori della critica da almeno un secolo, mentre per lunghi anni era stato acclamato: cambiando il gusto, le sue tele (ne dipinse ben 800) dalla tecnica perfetta e in contrasto multiplo con i nuovi interessi ed i modi veloci e innovativi delle avanguardie, vennero bollate come antiquate, e melense sotto il profilo tematico. Però il pubblico continuò ad amarlo, oggi è una star di Instagram. Il mondo soave di Bouguereau è spesso immerso nella fiaba della bellezza sensuale e dei nudi poetici di ninfe, fanciulli e dei pagani, resi secondo i modi classici dell’Accademia. “Art Pompier”, la definirono, enfatica come gli eroi nudi ma con l’elmo, simili a pompieri. Il maestro aveva anche un lato cupo, che si svela nelle ieratiche Madonne velate di nero, o nello straordinario “Dante e Virgilio all’Inferno” del 1850, prestato a Roma dal Musée d’Orsay di Parigi. Nella scena, che arde nell’aria fiammeggiante, i due poeti assistono allo strazio di un dannato da parte di un assalitore dai capelli rossi, che lo addenta alla gola. I due nudi, resi con supremo magistero, sono avvinti in un intreccio di violenza inaudita, formando tuttavia quella che Dan Brown, nel suo libro Inferno (2013), definisce una «strangely erotic vision». Molti pensano si tratti del passo nel quale il conte Ugolino, il traditore della patria che Dante pone nel XXXII canto della Commedia, affonda i denti nel cranio dell’arcivescovo Ruggieri che l’aveva ingannato. Invece il tema è tratto dai canti XXIX e XXX, dove penano i falsari, e in cui Capocchio, che Dante aveva conosciuto, finisce nella bolgia per essere stato un alchimista arso sul rogo. Le “due ombre smorte” sono invece corpi scultorei, vibranti nella luce corrusca. Salvador Dalì scrisse: «Picasso produceva cose brutte per paura di Bouguereau». Val bene un viaggio a Roma, Bouguereau.
Micaela Torboli
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