I confini sono immaginari, Batman lo dimostra. Mari: «I fumetti hanno il loro ritmo, come la musica»
Una vita tra Nathan Never e Dylan Dog. Poi l’incontro con l’uomo pipistrello. Il disegnatore ferrarese si racconta alla Nuova
FERRARA. «Dylan Dog è un classico del fumetto, è sempre se stesso ma mai lo stesso». Nicola Mari riassume così i trentacinque anni dell’indagatore dell’incubo. Il fumettista ferrarese, approdato alla Bonelli a fine anni Ottanta, ha cominciato a disegnare le avventure dell’old boy di Tiziano Sclavi nel 1995; prima per le sue mani passavano le storie di Nathan Never. Mari è anche tra gli autori di “Batman Ianus” (Dc, Panini; ndr), la prima avventura dell’uomo pipistrello ideata e realizzata completamente in Italia. È proprio da qui che parte la nostra chiacchierata a ritroso fino alle radici della sua passione.
L’eroe di Gotham City in Italia, che storia è?
«“Batman Ianus” affronta il tema della circolarità del tempo, in cui il passato doloroso dei protagonisti è destinato a replicarsi, in una sorta di nietzschiano “eterno ritorno dell’uguale”. Altro tema centrale di questa storia è quello dell’identità e del “doppio”, di cui i due protagonisti sono figure emblematiche».
Lei come descriverebbe questo progetto?
«Come una piccola/grande dimostrazione che i confini sono più immaginari di quanto non lo sia l’immaginazione stessa».
E disegnare un personaggio iconico come Batman com’è stato?
«Disegnare Batman significa confrontarsi con uno dei pilastri dell’immaginario collettivo non solo occidentale, come conferma il volume “Batman the World” (Dc, Panini, ndr) che vede impegnati autori provenienti da ogni parte del mondo».
Facciamo qualche passo indietro. Com’è cominciata la sua avventura nel mondo Bonelli?
«Nel lontano 1989, mi presentai alla Sergio Bonelli Editore con alcune tavole di prova di Dylan Dog; in quel momento la Bonelli stava lavorando alla sua prima serie fantascientifica, Nathan Never, a cui iniziai a collaborare fino al 1995, anno del mio passaggio a Dylan Dog».
Dylan Dog, Nathan Never, Daryl Zed… ha un personaggio preferito? Come cambia, se cambia, l’approccio alle storie?
«Ho avuto il privilegio di lavorare a personaggi che, nelle loro specificità, posseggono elementi a me congeniali; perciò il mio approccio a ogni personaggio, Batman compreso, è rimasto fondamentalmente il medesimo».
Il disegnatore si “immedesima” con il personaggio per riprodurre al meglio la storia?
«È difficile rispondere in modo obbiettivo a questa interessante domanda, nel senso che l’immedesimazione, in quanto tale, non è detto che possa venire realmente percepita. Per me è più un problema di concentrazione e di raggiungere quella particolare condizione in cui “tutto scorre”, e dove ogni segno va a segno».
Qual è la parte più difficile del suo lavoro?
«Realizzare fumetti è estremamente complesso: la difficoltà essenziale consiste nel mantenere il giusto equilibrio tra istanza tecnica e istanza espressiva, in modo che l’una non prevalga sull’altra. Il disegnatore di fumetti deve avere uno sguardo da regista, uno sguardo totale sull’opera che consenta di interpretare e mettere in valore le immagini già contenute nella sceneggiatura».
A quando risale la sua passione per i fumetti?
«Ai miei quattro anni. A quell’età scoprii i supereroi che all’epoca venivano pubblicati in Italia dalla Editoriale Corno. Poi arrivarono Alan Ford con il geniale Magnus, e la collana dell’immenso Sergio Bonelli “Un uomo un’avventura”, in cui scoprii autori incredibili come Sergio Toppi, Attilio Micheluzzi, Milo Manara e moltissimi altri».
Poi scelse di frequentare l’istituto d’arte.
«Esatto. Inoltre devo dire che i classici della letteratura sono stati di grande importanza nella mia formazione di fumettista. Leggere libri mi ha messo in rapporto alle immagini dischiuse dalle parole e al ritmo della narrazione, che sono lo specifico del fumetto. In tal senso, considero perfetta la definizione di “letteratura disegnata” che Andrea Pazienza attribuì ai comics».
A proposito di influenze, pensa che Ferrara sia entrata nei suoi lavori?
«È plausibile supporre che il contesto in cui si vive influisca anche sul lavoro che si svolge, difficile però è stabilire in quale misura e in che modo. Sicuramente, certe zone magiche di Ferrara hanno nutrito la mia visione e certamente sono presenti nel mio lavoro».
E la musica?
«Stessa cosa. È molto probabile che certe canzoni di Lou Reed, o certe musiche di Johann Sebastian Bach, siano presenti nei miei disegni, tanto più considerando che musica e fumetto condividono termini come “composizione”, “ritmo” e “modo”».
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