La Nuova Ferrara

Da Guarda a Berra il progressivo declino di una provincia sempre meno abitata

Sandro Abruzzese
Da Guarda a Berra il progressivo declino di una provincia sempre meno abitata

Viaggio fra i ruderi di una terra simbolo di battaglie sindacali E il Po simbolo di un passato che non c’è più: manca visione

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L’estensione produce un mondo allungato e interconnesso, si direbbe dal ponte di Polesella, durante un mattino di cielo terso e nuvole cangianti. Lungo la strada l’occhio si perde verso i Colli Euganei, le Alpi venete innevate o l’Appennino romagnolo. Ne emerge questo contrasto tra la massima visibilità e l’incapacità di abbracciare il tutto. La pianura così, grazie ai suoi orizzonti, anche stamane assume le sembianze di una continua promessa; rimanda all’infinito, dunque costringe al limite, a trovare margini, e farne dei riferimenti.

Stavolta è con me in qualità di fotografo l’amico Marco, ferrarese istrionico, giallista, insegnante, e tanto altro, con cui negli anni ho condiviso molti viaggi. Dal bivio di Ro, la prima sosta è la frazione di Guarda, allungata e assopita sulla strada provinciale. Ci torniamo, quando possibile, per via della Chiesa madre. Soprattutto per la sua postura che, chiudendola in un’altera solitudine, volta le spalle al paese. La chiesa dell’Assunta osserva l’argine del fiume, oltre il quale un grande bosco ha ormai preso possesso dei ruderi e della golena. Marco, con la sua immancabile Sigma, la fotografa, poi si rialza e dice che quel rivolgersi al fiume è un gesto pagano. Il Po, sempre lui, l’unico vero protagonista, è ogni volta nuovo e diverso. Doveva essere tutto, per questi luoghi sulle golene. Poi però vennero l’aumento delle superfici coltivabili, il restringimento e l’innalzamento degli argini. Le conseguenti catastrofi idrogeologiche e le migrazioni mutarono definitivamente un rapporto antichissimo. Dunque, si vuol bene alla fragilità di questi posti, alla dura lotta contro le acque, contro gli agrari e i fascisti, ai paesi distrutti e ricostruiti, prima di essere ancora una volta abbandonati con il boom economico. Tuttavia, guardare le migliaia di ruderi nel Medio e Basso Ferrarese non è sterile esercizio estetico, al contrario vuol dire avere davanti a sé la perdita del patrimonio pubblico, culturale e privato dei luoghi. Risorse e sacrifici di una vita, di più generazioni e comunità umilissime, sono irrimediabilmente compromesse dall’assenza di politica e visione nazionale e locale. L’abbandono è solo l’epilogo del lento processo erosivo che asfissia la provincia italiana.

Se oggi Guarda è qui davanti a noi, non sappiamo dove fosse 80 o 100 anni fa. La popolazione, inoltre, dal ’51 a oggi, è forse più che dimezzata, e questo vale, a maggior ragione, per gli altri abitati rivieraschi verso oriente. A poca distanza dalla chiesa c’è il vecchio teatro-cinema, ora proprietà privata, ridotto a magazzino della trattoria del paese. Con un po’ di fortuna ci imbattiamo nel proprietario. Lo ha acquistato 35 anni fa, racconta. Fu costruito nel ’32 per volontà di Mussolini. Per fare il teatro trasportarono le travi lungo il fiume e i contadini dovettero lavorarvi gratis una settimana ciascuno. Per il resto, non ci sono progetti di restauro né prospettive, la scuola è in ristrutturazione da anni, eppure il ciclo-turismo e la golena sarebbero un’occasione. C’è stato un sindaco giovane e intraprendente anni fa, poi…

VERSO BERRA

Ritroviamo Cologna, solo pochi chilometri dopo, ordinata in due filari di case coloniche che rimandano dritti all’America del Big fish di Tim Burton. Così la pianura delle terre strappate all’acqua può essere caotica, oppure tornare geometrica e cartesiana, o ancora passare dal mito di Fetonte al folklore di racconti legati alle acque e i suoi mostri. Ci fermiamo di nuovo all’ingresso di Cologna. Marco fotografa i silos argentati di una grande azienda di frumento.

Tra saracinesche chiuse e case in vendita, arriviamo a Berra. L’unico bar aperto è gestito da un signore asiatico. Il sole fa capolino qua e là. Una vetrina piena di belle maschere veneziane artigianali, decaduta in seguito all’avvento della manifattura cinese, guarda la strada semivuota insieme a noi. Non c’è niente, niente da vedere, si direbbe in provincia. Anzi, Berra e Cologna sono così placide che è difficile immaginarle come alcuni tra i luoghi più tumultuosi del sindacalismo rivoluzionario di inizio ’900. Le casette a schiera, lineari e semplici, rimandano a quelle di pescatori-contadini.

Quanto all’est ferrarese, conserva ancora qualcosa del mondo al confine, la frontiera invisibile delle terre verso il Delta, dove braccianti e vagabondi occupati nelle bonifiche dalla fine dell’800, produssero un significativo incremento demografico. Il terribile ’900 nasce anche qui, e passa per l’eccidio di Berra, sul Ponte Albersano, nel giugno 1901.

È ora di rientrare. Mentre torniamo lentamente in città, quel che resta è la convinzione che solo dai margini e dalle frontiere sia possibile comprendere la complessità dell’Italia odierna. Capire, a esempio, come le terre degli ultimi, dove prosperò il sogno dell’emancipazione universale, siano divenute il granitico bacino di voti di un partito reazionario e padronale quale la Lega.

Sandro Abruzzese

(2ª - continua)

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