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Pinto e la commedia partenopea «Così mescolo realtà e fantasia»

Giorgia Pizzirani
Pinto e la commedia partenopea «Così mescolo realtà e fantasia»

Giovedì ad Autori a corte lo scrittore presenta “Ci manda San Gennaro” Le peripezie post belliche di due amici per ritrovare l’oro di Napoli 

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il colloquio

Un principe e un re, in missione per conto di San Gennaro, devono riportare a casa l’oro di Napoli. Non la rivisitazione del classico Blues Brothers, ma la trama di “Ci manda San Gennaro” (ed. HarperCollins) che sarà presentata da Francesco Pinto, autore televisivo, sul canale Facebook di “Autori a corte” giovedì alle 18. «Scrivo di fatti realmente accaduti, documentati attraverso fonti letterarie. Vero è che il tesoro, proprietà della città da quattrocento anni, fu messo al sicuro in Vaticano. Anche il contratto datato 1527 tra il santo, che si impegna a proteggere Napoli dalla peste, e i napoletani, che si impegnano a difenderne l’onore, è reale. Ed è realmente accaduto l’episodio del gruppo di frati che risposero con il fuoco a un tentativo di furto».

Ricavandone un romanzo di tradizione picaresca.

«Navarra e Colonna si imbattono, nel corso del viaggio, in una armata Brancaleone che alterna lacrime e risate: la corte dei miracoli della regina di Poggioreale; la nobildonna asserragliata in un castello convinta che la guerra non sia mai finita; il nano innamorato della tabaccaia che lo asseconda per convenienza; il colonnello dei carabinieri e il giornalista de l’Unità, che ricostruiscono erratamente la vicenda».

Vicenda che racconta l’Italia dell’immediato dopoguerra.

«Di questi Don Chisciotte e Sancho Panza si persero, ad un certo punto, le tracce. Qui subentra la mia immaginazione, le loro disavventure e battibecchi sulla Lancia di Mussolini, come un invisibile terzo passeggero. E questo viaggio attraversa il Paese nel suo periodo più buio: borsa nera, paesi distrutti; tessera annonaria per mangiare; banditismo, alleati che continuano a bombardare. Pure, nella tragedia, la forza di ricominciare tutto daccapo».

Le due anime della città partenopea?

«Napoli, ricca e lazzara nello stesso tempo, non ha cinture sociali. Pensi ai palazzi del Seicento, in cui convivono piano nobile, abitazioni del pescivendolo e del piccolo-borghese. Tolleranza è la parola chiave; qui, proprio come nella pizza, si può aggiungere qualsiasi ingrediente senza perderne la natura».

Giorgia Pizzirani

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