L’omaggio di Calà a Cuba «Sull’isola tutto ha valore e la dignità è ricchezza»
Dal soggetto per un film mai girato al romanzo appena uscito L’attore presenta “La lavadora”, scritto a quattro mani con Capone
L’INTERVISTA
Sono gli anni Novanta quelli in cui Fulvio e Dino, due “intrallazzoni” bolognesi, partono per Cuba. I motivi? Ben poco nobili: trasformare in discoteca una fabbrica in dismissione, e di divertirsi senza responsabilità. Sennonché Fulvio incontra Juanita, bellissima creola partita dal suo villaggio di pescatori, appena arrivata alla Avana piena di sogni. Il più ambito e irraggiungibile? Lei, “La lavadora” (la lavatrice, ndr), totem accentratore delle vicende narrate nell’omonimo libro dell’attore e regista Jerry Calà e del suo storico sceneggiatore, lo scrittore Gino Capone, edito da Bibliotheka e presentato alla Fiera Internazionale della Piccola e Media Editoria “Più libri più liberi” di Roma, dove li abbiamo incontrati.
Calà, l’idea è nata da uno spunto reale?
«A Cuba Gino e io eravamo stati invitati a metà anni Novanta al Festival del Cinema latinoamericano con “I ragazzi della notte”. Capitò che, passeggiando per il centro dell’Avana, passammo di fronte a un negozio di elettrodomestici dove una ragazza ammirava estasiata una lavatrice. Le chiedemmo perché: “La lavadora – rispose – es el sueño de mi vida”. Ispirandoci a questa scena, scrivemmo un soggetto cinematografico che non vide mai la luce».
Da un soggetto chiuso in un cassetto a un romanzo.
«Le immagini di medici cubani atterrati tra gli altri in Italia nel momento più disastroso della pandemia da Covid-19 parlano da sole. C’era il desiderio di ringraziare a modo nostro questa terra, la cultura e l’anima del suo popolo. Nel corso del lockdown abbiamo ripreso in mano il progetto, ripescando appunti e filmati da un vecchio computer e adattandolo in forma di romanzo».
Ci sono analogie tra gli usi e costumi italiani e cubani?
«In un certo senso sì. Tra una santera e una Regina del Carnevale, tra los músicos e los nortes, la cultura cubana e quella occidentale vengono poste a confronto serbando molte analogie: il dopoguerra in Italia somiglia alla vita a Cuba: la libreta cubana come le tessere annonarie; due culture che intessono legami che creano famiglia, là dove c’è sempre un posto in più, dove anche l’elemento più prezioso (un paio di uova) si può raggiungere con un solidale passaparola sparso tra un balcone e un altro. Dove tutto ha valore perché raro e condiviso, dove ci si accontenta e dove l’abito migliore è la nobiltà d’animo, la dignità».
C’è una sorta di animismo in questa lavadora.
«In essa si riflette un tratto caratteristico cubano, la santeria. Una volta che l’elettrodomestico entra nelle case degli abitanti, si innesca un domino di effetti che ne mettono in subbuglio la vita, quasi fosse animata da un pizzico di magia. Elemento quasi catalizzante dell’amore tra Fulvio e Juanita; elemento di consumo, utensile comune per noi occidentali che calato in due differenti contesti assume tutt’altri significati: è emblematica la scena della mamma di Juanita intenta a lavare a mano montagne di panni. E sarà la lavadora a far maturare i protagonisti».
Capone, secondo lei cosa resta degli anni Novanta?
«Poco o nulla di quello spirito di spensieratezza, di possibilità eterna. E questo deve farci riflettere».
Giorgia Pizzirani
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