Equilibrio naturale e tradizione i segreti dei vini Annesanti
Fra le proposte Trebbiano e Malvasia, ma anche Barbera, Sangiovese e Merlot Caratteristica il non utilizzo del legno, affinamenti in acciaio e anfora di terracotta
C’è un fenomeno stilistico-creativo che a volte si incontra, quando si parla di vino, ed è la cosiddetta “mano” del vignaiolo. Difficile da sintetizzare in parole, è un insieme di propensione naturale, quello che si dice “sentire” le vigne, e un tocco creativo che permette, alle persone avvertite, di produrre vino che condensi il loro sentire e le idee che hanno sul mondo. Da dire, sono casi rari, miracoli combinatori in cui, come nell’Hemingway d’annata, si tratta più di accompagnare che non di imporre. Quando succede, beh allora il vino diventa poesia liquida che finisce in bottiglia. Molto semplicemente ma anche molto raramente, perché il vino è bestiaccia scontrosa, inavvezzo a farsi domare se non in casi singolari, in cui i tasselli si incastrano alla perfezione. Francesco Annesanti, della cantina omonima, è uno di quelli. Francesco ha una laurea in Scienze naturali portata con la grande modestia di chi sa che la sapienza contadina, la vera artefice dell’aura di magia che circonda le sue bottiglie, non la si impara certo sui banchi o nelle aule. E allora via, in campagna a studiare fin da bambino, nel fondovalle del fiume Nera, provincia di Terni, zona ampiamente gradita agli dèi enoici, come già il nonno prima, il papà poi, fino a quando l’andare e venire delle stagioni, quel terreno argilloso e limoso e, in ultimo, le fasi della luna, non gli hanno sussurrato ogni segreto.
Grechetto, Trebbiano Spoletino, Malvasia, Pecorino, ma anche Barbera, Sangiovese e Merlot i vitigni coltivati, ma tanto concorre a questo equilibrio, una filosofia antinterventista in vigna e cantina, che è anche, perché no, la scelta etica di chi sa di essere il testimone di un’eredità destinata alle generazioni future, fermentazioni sulle bucce giustamente dosate, con affinamenti in acciaio e anfora di terracotta toscana capaci di restituire frutti di complessità, sapidità e croccantezza inimmaginabili. Francesco, per precisa scelta stilistica, ancora non utilizza il legno, di alcun genere. Dico ancora perché immagino nel suo futuro di vignaiolo-umanista eclettico e intelligente un’evoluzione imprescindibile per le sue ambizioni. C’è da dire, i prodotti sono già incredibili e, soprattutto, in un ognuno di loro c’è una cifra stilistico-gustativa unica, che significa la ricerca dell’eccellenza. E anche qualcos’altro, che sfugge, qualcosa di superiore. Per la poesia, è ovvio, serve anche il talento, ma quello - per fortuna - ancora non son state inventate parole capaci di imprigionarlo.
Riccardo Corazza
(2, continua)
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