Quando l’Einaudi non pubblicò “Se questo è un uomo” di Levi
La Ginzburg, poco convinta, lo trasmise a Pavese che poi lo cestinò Il successo arrivò grazie a Galante Garrone e alla casa editrice De Silva
la storia
Alla fine del 1946 Natalia Levi Ginzburg, scrittrice e redattrice-consulente presso la casa editrice Giulio Einaudi, è una donna ancora giovane che vive un periodo difficile. Madre di tre figli e vedova di Leone Ginzburg, da due anni non riesce a superare i momenti di sconforto che l’assalgono. Perciò quando riceve in lettura da uno dei suoi fratelli, amico del giovane chimico ebreo Primo Levi deportato ad Auschwitz, il dattiloscritto della narrazione-testimonianza poi intitolata “Se questo è un uomo”, è la persona meno adatta a leggerlo con il necessario distacco critico, perché è ancora bruciante il ricordo del nazifascismo, delle persecuzioni razziali e della Shoah. La Ginzburg, lettrice formidabile, pronta a innamorarsi visceralmente di un libro e a sostenerlo – come avverrà con “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò e con il “Diario” di Anne Frank –, legge il testo di Primo Levi e lo trasmette, poco convinta, al direttore editoriale dell’Einaudi Cesare Pavese. Che lo boccia, perché lo confonde con i numerosi dattiloscritti che in quegli anni inondano i tavoli degli editori, disorientati e poco propensi all’ascolto e alla comprensione di una debordante produzione narrativa dalla quale è obiettivamente difficile pescare dei capolavori o quanto meno dei lavori letterariamente dignitosi. Cercando di giustificare la difficoltà incontrata a pubblicare “Se questo è un uomo”, Primo Levi anni dopo dirà: «A quel tempo la gente aveva altro da fare. Aveva da costruire le case, aveva da trovare un lavoro. La gente aveva voglia di altro, di ballare per esempio, di fare feste, di mettere al mondo dei figli. Un libro come questo mio era quasi uno sgarbo, una festa guastata». Fortunatamente per Levi, un giorno sua sorella Anna Maria, che aveva militato nella Resistenza nelle formazioni di Giustizia e Libertà, si presenta a casa di Alessandro Galante Garrone – magistrato, poi professore di storia del Risorgimento, antifascista durante il Ventennio e tra i fondatori del Partito d’Azione a Torino – con il dattiloscritto rifiutato dall’Einaudi. A Galante Garrone basta la lettura delle prime pagine del racconto ibrido di Levi per cogliere il valore del testo, e così lo propone al raffinato intellettuale e critico letterario Franco Antonicelli che ha da poco costituito la piccola casa editrice De Silva. Antonicelli convince l’autore a mutare il titolo originario “I sommersi e i salvati”, in “Se questo è un uomo”, e lo pubblica in 2.500 copie nell’ottobre del 1947, presentandolo con parole eloquenti e lungimiranti: «Un’opera eccezionale, forse la più importante del dopoguerra, a fianco del ben diverso celeberrimo “Cristo si è fermato a Eboli”. Memoria, documentario, opera d’arte. La storia dei letterati non di professione diventa meno occasionale in Italia, Primo Levi si mette forse in testa».
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