Clima propizio e attenzione Cuomo è il bello d’Amalfi
Cantina nata salvando faticosamente vigneti storici ormai abbandonati La filosofia aziendale è una viticoltura territoriale e rispettosa della tradizione
Parlare della cantina di Marisa Cuomo e Andrea Ferraioli significa esplorare i limiti stessi dell’arte di fare vino. Siamo a Furore, sulla Costa d’Amalfi, panorama unico al mondo, a strapiombo sul mare, rappresentativo di uno dei templi di quella che si può a ragion veduta chiamare viticoltura eroica. Una bellezza abbacinante, certo, che peraltro nasconde un lavoro durissimo: si tratta infatti di vigneti storici, che Marisa e Andrea hanno salvato dall’abbandono (molto spesso piante pre-fillossera, con età stimate fino ai 130 anni) faticosamente recuperati a partire dagli anni ’80, sia nel loro sistema di allevamento originale (ovviamente la pergola) che nei vitigni, rappresentanti di ben 42 territoriali campani; progetto immane, importantissimo, responsabile fra le altre cose dell’ampliamento del disciplinare Costa Amalfi Doc.
PIù ATTENZIONE
Ma non è solo questo, si tratta della cura e dell’attenzione, il paziente lavoro quotidiano di restyling, potature chirurgiche, tagli mirati e infittimenti accurati, svolti quasi esclusivamente per propaggine. Significa ridare dignità a una filosofia di viticoltura territoriale e rispettosa della tradizione, l’esatto opposto di scelte (magari molto più remunerative, almeno nell’immediato) più facili, orientate ai vitigni internazionali. Eppure questi vigneti, aggrappati a terreni a matrice dolomitico-calcarea, prodotti dalla sedimentazione e successivo affioramento di fossili marini (originari di circa 150 milioni di anni fa), sembrano disegnati per queste scogliere. Un clima propizio, che beneficia sia del vicino Vesuvio – la cui ultima eruzione, del 1944, ha portato circa 30 cm di cenere lavica sui terreni vitati – sia delle brezze iodate-salmastre, che associate a pendenze mai inferiori al 50% permettono di disporre, tra i 150 e 500 metri di altitudine, di ben quattro microclimi distinti, che corrispondono ovviamente ad altrettante vendemmie, tutte rigorosamente svolte a mano. Un lodevole, sostenibile percorso di riscoperta di quel patrimonio viticolo chiamato Ripoli, Fenile, Ginestra, Biancolella, Ginestrella, Pepella, San Nicola (ma anche Piedirosso, Aglianico, Falanghina, sforzo precorritore che ha permesso a tutta la viticoltura campana di beneficiare di espressioni vinicole di grandissima peculiarità) per un totale di circa 50mila bottiglie prodotte, che non significa sfidare la “Natura” bensì rispettarla, rigorosamente, nell’alternanza delle stagioni, per arrivare a esprimere impagabilmente un territorio e una vocazione.
Riccardo Corazza
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