Le muse del jazz in mostra a Ferrara: «Stelle e assassine dietro alle canzoni»
Fino al 30 aprile al Jazz Club la rassegna dedicata a donne e musica. Con Masala e Pasini un viaggio nelle vite di chi ispirò capolavori
FERRARA. C’è tempo fino al 30 aprile per visitare “Le muse del jazz”, mostra allestita al Torrione di San Giovanni di Ferrara (via Rampari di Belfiore, 167), in cui si fondono pittura, musica e scrittura. L’allestimento, infatti, richiama l’omonimo libro scritto da Vanni Masala con le illustrazioni di Marilena Pasini (ed. Curci). I due hanno recentemente pubblicato un volume che raccoglie le storie di 68 donne che hanno ispirato celebri composizioni del Novecento jazzistico. Tra concerti, aneddoti e grandi passioni, Masala racconta le origini di questo viaggio lungo uno dei sentieri meno battuti del jazz.
Com’è nata l’idea di questo libro?
«Per strada, ho chiesto a dei passanti l’indicazione di una via intitolata a un musicista e tutti, indicandomela, hanno sbagliato a pronunciarne il nome. Non solo le strade, ma anche i titoli dei brani portano a volte con sé il mistero del significato, per gli ascoltatori e anche per i musicisti. In particolare quelli di donne sconosciute, muse che hanno ispirato con la propria storia o personalità tali composizioni».
Ne ha scelte sessantotto, è stato casuale o ha un significato preciso?
«Nessun significato: a un certo punto ho scelto di fermarmi perché avevo individuato quelle muse che secondo me erano più rappresentative e con le vite più interessanti: assassine, musiciste, mogli, schiave, giornaliste, star del cinema… un panorama estremamente vario».
C’è stata una storia che ha fatto da apripista? Che dopo averla scoperta le ha fatto pensare: “Ok, cerchiamo anche le altre”?
«Sì: sono stato inizialmente affascinato dalla vicenda di Helen, moglie e omicida del grande trombettista Lee Morgan. Una vita drammatica come poche. Ho capito che scavando a fondo con una ricerca giornalistica, ma anche investigativa e musicologica, le sorprese sarebbero state tante. E così è stato».
Crede che senza queste donne le cose sarebbero andate diversamente? Forse oggi non avremmo certe canzoni, certi dischi...
«Assolutamente sì. In senso lato, io credo che il mondo non sia fatto di protagonisti, ma di vicende umane complesse formate da tanti volti. Come scrisse la poetessa americana Muriel Rukeyser - dice Masala -, l’universo è fatto di storie, non di atomi. E qui, le storie portano il nome di una donna».
C’è una vicenda tra quelle narrate che l’ha colpita maggiormente?
«Quella del sassofonista Paul Desmond che, innamorato di Audrey Hepburn, compose un brano a lei intitolato senza avere mai avuto il coraggio di confessarglielo. E che morì senza sapere che quella composizione, per la Hepburn, era stata una delle cose più importanti della sua vita. L’amore aveva trovato la sua strada».
Il racconto è arricchito dalle illustrazioni di Marilena Pasini, praticamente un viaggio nel viaggio. Com’è stato?
«Marilena è la mia partner lavorativa ideale, un’illustratrice di livello assoluto. Insieme abbiamo scelto di costruire, per la Curci, lavori che non fossero solo testuali ma anche grafici, a tratti pittorici. E non solo, il Qr Code presente nel libro permette anche di ascoltare le composizioni di cui si parla, con una playlist che completa un lavoro realmente multimediale».
Avevate collaborato al libro su Petrucciani, qui è cambiato l’approccio al lavoro?
«Nessun cambiamento, confronto continuo, scambio di idee, soluzioni condivise. Unica differenza fondamentale, mentre per Petrucciani si trattava di una soluzione più illustrata, qui ha avuto maggior spazio la scrittura».
Le muse del jazz sono tutte diverse, per formazione, estrazione, condizione... C’è secondo lei una caratteristica comune che le ha fatte diventare ciò che sono state?
«L’universalità di ciascuna storia femminile. Come scrive nell’introduzione al libro la cantante Ornella Vanoni, la “Garota de Ipanema”, composta da Vinicius de Moraes e Tom Jobim, potrebbe essere una ragazza brasiliana ma anche, perché no, di Forte dei Marmi».
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