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Brando Quilici da Ferrara al Tibet: «I giovani salveranno il mondo»

Samuele Govoni
Brando Quilici da Ferrara al Tibet: «I giovani salveranno il mondo»

L’inno al pianeta di Brando Quilici: in sala “Il ragazzo e la tigre”. Il regista, la Terra e i consigli del padre: «Lui era il maestro, io il discepolo»

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Ferrara Una storia di amicizia e avventura, un racconto che parla di vita e di Terra, di luoghi lontani e incontaminati, di sentimenti, di tribù remote e di usanze millenarie che, protette dalle montagne, sopravvivono all’incedere del tempo. Tutto questo e molto altro è Il ragazzo e la tigre, nuovo film di Brando Quilici da oggi al cinema. Per realizzarlo ci sono voluti tre anni, un lavoro lungo e complesso fatto di studio, sopralluoghi e riprese in ambienti complessi e difficilmente raggiungibili.

Il film è un viaggio che arriva dritto al cuore dello spettatore e lancia un messaggio di amore e speranza, è un attestato di affetto per il pianeta e per i suoi abitanti. Un ragazzo rimasto orfano vaga per le valli innevate dell’Himalaya e trova un nuovo amico, un cucciolo di tigre del Bengala. Anche lui, come il giovane, è rimasto orfano: i bracconieri hanno ucciso sua madre. Il ragazzo lo porta con sé e lo salva da morte certa. Durante il viaggio scoprono di non essere soli al mondo. Dall’Antartide al Tibet, passando per la Polinesia e Ferrara, Brando Quilici, figlio di Folco, celebre regista e documentarista estense, si racconta.

Quando ha deciso di raccontare questa storia?

«Mentre ero sull’Himalaya mi sono reso conto, al di là del lavoro che stavo realizzando per Discovery Channel, che c’era molto da raccontare. Ho iniziato a immaginare una storia d’avventura, un viaggio dalle grandi pianure alle impervie montagne, in cui fossero protagonisti un ragazzo e una tigre. Da quel momento ho fatto di tutto per realizzarlo».

Qual è stata la parte più complessa del lavoro?

«I momenti più difficili sono stati tre. Il primo quando abbiamo dovuto riprendere una tribù che vive tra le foreste, in completa autonomia. Questo film, in un certo senso, vuole essere testimonianza e documento di un mondo destinato a mutare. Il secondo è stato durante le riprese dei raccoglitori di miele, non avevamo considerato che in quella zona vivono e volano milioni di api».

E il terzo?

«È stato nel regno del Mustang. Quando abbiamo girato la scena della tempesta di neve. Il ragazzo e la tigre sono stati salvati da un gruppo di veri pastori di yak. Nel film quasi non ci sono attori professionisti, sono tutti abitanti del posto. Non è stato facile ma alla fine sono stati bravissimi e sono contento della mia scelta».

Com’è stato girare in contesti così remoti?

«I sopralluoghi sono fondamentali per capire non solo il territorio ma anche le genti che quei luoghi li abitano da sempre. Prima di girare ho incontrato le popolazioni, spiegato il progetto e incontrato la loro simpatia. Se non entri in sintonia con le persone un film così non si riesce a girare».

Cosa pensa della Terra?

«Amo la Terra, ci sto proprio bene. Attorno al 1990 ho iniziato a girare una serie di documentari nell’Artico. Ci accampavamo con le tende sul ghiaccio e avevamo gli eschimesi come guide. Da quel momento ho cominciato a viaggiare sempre di più, volevo scoprire e conoscere il più possibile. In Himalaya è tutto gigantesco e davanti a scenari così potenti ti rendi conto dell’immensità della natura e dell’arroganza dell’essere umano».

È stato suo padre ad avvicinarla alla videocamera?

«In un certo senso sì. A dodici anni mi portò tre mesi in Polinesia, doveva girare Oceano e mi volle con sé. La troupe era ridotta al minimo quindi un giorno mi mise in mano una macchina fotografica e mi disse: “Tu fai le foto di scena”. Al mattino scattavo e al pomeriggio facevo snorkeling: davvero fantastico».

Che rapporto avevate?

«Bello e sincero. Folco non era tipo da “si fa così” o “non si fa così”, mi lasciava libero ma era sempre pronto a darmi un consiglio. Lo ha fatto anche in questo film. Lui era il maestro, io il discepolo».

È legato a Ferrara?

«Sì e non vedo l’ora di tornare. Mi piace andare a rivedere la casa di mio padre, ascoltare i racconti di mio zio e rivedere i dipinti di nonna Mimì».

Un film capace di emozionare un pubblico trasversale. A chi si rivolge?

«A tutti, sopratutto ai giovanissimi. Amo parlare e confrontarmi con ragazze e ragazzi. Sono convinto che saranno loro, quelli della generazione Alpha (nati dal 2010 in poi; ndr), a salvare il Pianeta. Molti produttori pensano che i film si dividano in due: quelli di intrattenimento e quelli impegnati; non capiscono che ci sono anche altri linguaggi per lanciare messaggi. Io esploro quella “terra di mezzo” e arrivare a un pubblico di giovani è per me un vero privilegio». 

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