De Piscopo a Vigarano: «La musica è la mia vita»
Il cantautore e percussionista sarà allo Spirito il 21 ottobre, Dischi, tour mondiali e successi: «Ho messo Napoli nel mio suono»
Vigarano Mainarda Dici Tullio De Piscopo e dici ritmo. Non a caso la sua autobiografia, uscita qualche anno fa per Hoepli, si intitola “Tempo”. De Piscopo oggi ha 76 anni e ha dedicato la vita alla batteria. Il 21 ottobre sarà allo Spirito di Vigarano Mainarda per partecipare a Tutte le direzioni in falltime, rassegna curata dal Gruppo dei 10. Tornerà anche a novembre per ritirare il premio Tutte le Direzioni, che quest’anno va alla città di Napoli per la sua creatività. E di creatività De Piscopo se ne intende. Ha creato un suo suono e un suo ritmo mettendo le radici a completa disposizione della musica. In attesa di salire sul palco Tullio si racconta. Quando è nata la sua passione per la batteria?
«È nata con me. Appena ho aperto gli occhi ho visto bacchette, percussioni e le pelli che mio padre usava per i tamburi. Era tutto lì. Ho sempre voluto fare musica. I mie genitori mi volevano ragioniere ma non faceva per me. Ce lo vedi tu Tullio De Piscopo con la camicia mentre timbra il cartellino? No. Io ho sempre suonato, ho voluto dare il mio ritmo alla musica e alla vita».
Se si volta cosa vede?
«Vedo una grande forza di volontà. Vedo uno scugnizzo intraprendente che nonostante mille difficoltà ce l’ha fatta. È stata dura ma ne è valsa la pena. Quando ripenso al mio percorso penso a qualcosa di grandioso perché rivedo un ragazzo partito da zero che ha avuto la forza di credere ai sogni».
Agli inizi è stato supportato da colleghi più grandi?
«No, anzi, mi hanno voltato le spalle. Altri si sarebbero abbattuti, io no. Sono andato avanti e, al contrario di quanto successo a me, ho cercato di aiutare chi aveva bisogno di una mano. Con i giovani ho un grande rapporto, ci sto in mezzo da sempre. Oltre a consigli strumentali cerco di interpretare le loro scelte, di dare suggerimenti sulla vita e sui percorsi; gli sto vicino».
Si è mai chiesto come sarebbe stata la sua vita se fosse nato in un’altra città?
«Non ci ho mai pensato. Non posso immaginarmi senza Napoli, Napoli è tutto. All’inizio mi ero comprato un registratore, durante i concerti lo mettevo lì e schiacciavo rec. A fine serata tornavo a casa e mi riascoltavo per capire come migliorare. Col tempo ho trovato il mio suono. Ho messo le mie origini nella batteria, nel mio ritmo c’è Napoli. Ci sono i cinque colpi».
I cinque colpi?
«Quando Napoli era dominata dai francesi c’era il patibolo in piazza del Mercato. Quando accompagnavano alla forca un condannato a morte i tamburi suonavano cinque colpi. Negli anni successivi quei rintocchi sono diventati un motivetto, un elemento di colore. Io invece ho ripreso la parte più ombrosa di quella storia e l’ho messa nella mia batteria, nelle mie vene».
C’è una collaborazione che ricorda con più affetto?
«Sicuramente gli anni con Pino Daniele. Insieme abbiamo fatto la storia, sia in studio sia dal vivo. C’era un’affinità unica. E poi una parte del cuore è riservata a Astor Piazzolla. Con lui ho fatto dieci dischi».
Ha spaziato tra i generi con disinvoltura, senza essere mai fuori posto.
«Ci ho messo del mio. La musica è la mia vita, la mia professione, e ad ogni artista che ho accompagnato ho dato il mio tributo».
Presto sarà a Ferrara, e non è la prima volta.
«Lì vive Ellade Bandini, amico fraterno con cui abbiamo condiviso tanto, soprattutto negli anni Sessanta. E poi c’è anche Daniele Tedeschi, “il Germanico”, come lo chiamo io, amico e batterista sempre pieno di energia».
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