La Nuova Ferrara

La presentazione

Torna il Ferrara Buskers Festival: «Patto che si rinnova da 35 anni»

Samuele Govoni
Torna il Ferrara Buskers Festival: «Patto che si rinnova da 35 anni»

Rebecca Bottoni: "Ci saranno musicisti mai visti a Ferrara". Ipotesi biglietto d'ingresso

6 MINUTI DI LETTURA





Ferrara C’è chi c’è cresciuto con il Ferrara Buskers Festival, chi l’ha visto nascere e chi lo ha scoperto quando già era un evento da migliaia di persone. Ogni anno artisti di tutto il mondo (ricordate i musicisti dalla Nuova Zelanda, dalla Mongolia o dal Messico?) lavorano e si impegnano per arrivare qui, a Ferrara, e suonare tra piazza Castello, corso Martiri della Libertà, via Bersaglieri del Po, via Mazzini o San Romano. Avere per palcoscenico un centro storico rinascimentale non capita tutti i giorni. Alcuni artisti sono tornati, altri sognano di poter partecipare almeno una volta.

La 36esima edizione si terrà dal 23 al 27 agosto, con anteprima il 22 a Comacchio. Oltre 650 artisti hanno chiesto di partecipare, ne sono stati scelti un centinaio, alcuni provenienti anche da Paesi molto lontani come Giappone e Brasile. Rebecca Bottoni, presidente dell’associazione Ferrara Buskers Festival, racconta un evento che si rinnova da quasi quarant’anni, che ha saputo superare gli ostacoli e che guarda dritto al futuro senza dimenticare le proprie radici.

Una sessantina di giorni all’alba, come si sente?

«Sono felice, ogni anno è un’emozione. Ci vogliono mesi per organizzare il festival, si lavora un’edizione per l’altra e quando si entra nel vivo qualcosa cambia. Si iniziano a sentire sempre più spesso gli artisti che arriveranno, si fanno i sopralluoghi, si incontra lo staff, si scelgono le aree per le esibizioni. Praticamente giorno dopo giorno vedi il festival materializzarsi a Ferrara».

Come nasce un’edizione del festival?

«Il nostro obiettivo è da sempre lo stesso: garantire un’offerta qualitativamente alta. C’è un grande lavoro di ricerca e di studio dietro, ogni edizione è diversa dalla precedente. Si cercano artisti, si ascoltano le proposte che puntualmente arrivano da ogni parte del mondo e si cerca di dare un senso comune a tutto».

Una sorta di magia.

«In un certo senso sì, anche se a me piace dire che è una promessa tra sconosciuti che viene onorata di anno in anno. Il pubblico non conosce gli artisti che vedrà e i buskers non sanno per che tipo di persone suoneranno, eppure qualcosa scatta. In mezzo ci siamo noi che dobbiamo rispondere alle esigenze degli uni e degli altri. Pensare che questa promessa viene mantenuta da 35 anni mi dà i brividi, è bellissimo».

Effettivamente fa un certo effetto, anche perché potrebbe sembrare una consuetudine ma non lo è.

«A volte Ferrara può sembrare chiusa, trincerata dietro le sue mura e la sua nebbia ma se il festival è cresciuto così tanto è anche perché la città e i suoi abitanti hanno sempre risposto con interesse. I ferraresi hanno saputo essere accoglienti e questo è bellissimo».

Se si guarda indietro cosa vede?

«Se guardo alle prime edizioni mi sembra di vedere un altro mondo; internet non c’era, non c’erano le e-mail. Tutte le comunicazioni avvenivano via telefono fisso o al massimo via fax. Nonostante difficoltà e ostacoli il festival ha messo radici, ecco perché oggi il Ferrara Buskers Festival è apprezzato e riconosciuto a livello internazionale».

Agosto è il momento clou ma si comincia molto prima. Come funziona la macchina organizzativa?

«Siamo pochi, ognuno ha le proprie mansioni e quando termina quelle dà una mano a chi in quel momento ha più bisogno. Lavoriamo in maniera continuativa per tutto l’anno, mica solo durante l’estate. L’aspetto artistico e culturale della manifestazione è sempre il punto di partenza, poi entrano in gioco altri fattori come il budget, le disponibilità degli artisti, i cachet, i manager, che esistono anche nel mondo buskers. Le difficoltà sono oggettive, le spese enormi, ma cerchiamo di garantire lo spettacolo migliore. Siamo una macchina complessa, come Sanremo: ecco siamo il Sanremo della musica di strada, dove è ancora un privilegio esserci».

Ci saranno città o nazioni ospiti quest’anno?

«Viviamo in un mondo sempre più multiculturale, con gruppi di artisti composti da persone provenienti da nazionalità differenti e che vivono in Paesi diversi. Per questo motivo abbiamo momentaneamente sospeso tale dedica, per tornare in futuro a studiare qualcosa di nuovo, avvicinarci a realtà culturali lontane da noi come la Cina o la Guinea che ci consentiranno di approfondire questa tradizione».

Quest’anno si torna a tutti gli effetti a pieno regime. Come siete usciti dalla pandemia?

«In un certo senso direi che ne siamo usciti rinvigoriti, abbiamo avuto la possibilità di studiare e osservare il nostro festival da angolazioni differenti. Diciamo che le edizioni contingentate ci hanno permesso di capire e conoscere meglio il nostro pubblico».

In che senso?

«L’edizione al parco Massari è stata sorprendente, perché oltre ad andare sold out ha creato momenti di ascolto e di altissima attenzione verso ogni spettacolo. I buskers festival nel mondo si svolgono quasi tutti nei parchi, anche perché è la soluzione più semplice, e non in interi centri storici come invece accade a Ferrara. L’ingresso a pagamento ha selezionato il pubblico. Ci siamo confrontati con spettatori più attenti, puntuali, capaci di comprendere meglio le differenze tra i vari ospiti e disposti a partecipare anche in caso di meteo incerto».

Quella del centro però è anche una delle vostre peculiarità.

«È vero, siamo un festival unico anche per la location ma le difficoltà oggettive sono tante. Organizzare un evento in uno spazio delimitato è più semplice sotto tanti punti di vista. Lo sforzo economico che mettiamo in campo per portare i buskers ad esibirsi in un perimetro come il centro storico è imponente. È importante essere uniti e compatti, perché i benefici sono reali per tutta la città».

Negli anni sono nati altri buskers festival, che effetto vi fa?

«Da un lato ci lusinga, dall’altro ci fa un po’ storcere il naso. Ogni idea è bella e riuscita se viene sviluppata nel luogo in cui è stata concepita. Per me, e per migliaia di persone, il Buskers Festival è quello di Ferrara. Quando Bologna ha lanciato il “suo” buskers festival ho avuto un tuffo al cuore, e penso che come me anche tanti altri ferraresi. Ma se siamo qui da 35 anni un motivo ci sarà».

Ha mai pensato di portare il festival altrove?

«No, ma ci sono tante città che mi chiedono costantemente di portare il format nei loro centri storici».

E cosa la frena?

«L’amore per la città che sono certa essere ricambiato. Incontrare sotto casa artisti provenienti da tutto il mondo non è scontato oggi, figuriamoci venti o trent’anni fa. I ferraresi - dice Bottoni - hanno accolto questo festival, gli vogliono bene, ne sono certa. Io non ho mai fatto l’Erasmus ma ho scoperto culture e mondi grazie ai buskers stando in centro storico».

Qualche anticipazione sull’edizione in arrivo?

«Non ci saranno solo musicisti, stiamo lavorando per portare spettacoli entusiasmanti e mai visti prima a Ferrara. Altra novità importante è che saremo più attenti ai volumi, non ci saranno guerre di suoni, gli spettacoli si svolgeranno secondo slot più rigide e questo garantirà una maggiore armonia».

Tornando all’impegno organizzativo, il Festival potrebbe diventare a pagamento?

«Oggi godiamo di ottima salute e grande reputazione a livello internazionale, ma le risorse per continuare a offrire un Festival di alto livello sono necessarie. Stiamo cercando di capire come mantenere alta la qualità senza però snaturare l’evento. Di certo il cappello, simbolo di questo patto che si rinnova di anno in anno tra artisti e spettatori, non sparirà. È elemento fondante, punto di contatto tra artisti di strade e il loro pubblico». l


 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google