“Come pecore in mezzo ai lupi”, arriva in sala il crime di Patitucci
Al cinema dal 13 luglio. La regista ferrarese: «Racconto vite al limite»
Ferrara Si intitola “Come pecore in mezzo ai lupi” il film con Isabella Ragonese e Andrea Arcangeli in sala dal 13 luglio. A firmare la regia è la ferrarese Lyda Patitucci, già dietro la macchina da presa in seconde unità specializzate in scene d'azione in film come “Veloce come il vento”, “Il primo Re” e i due sequel di “Smetto quando voglio”, si racconta ai lettori de la Nuova.
Ama il cinema da sempre?
«In un certo senso sì. Sono sempre stata affascinata dall’arte in tutte le sue forme e dalla storia, in particolare da piccola immaginavo di fare l’egittologa. Avevo grande ammirazione nei confronti del mondo dei misteri legati all’Antico Egitto, cosa che mi permetteva di alimentare una parte di immaginario che poi si è riversata nel cinema».
Quando ha deciso di intraprendere questo percorso?
«Una scintilla scatenante che ricordo molto bene risale a quando da piccolina mio padre mi accompagnò al cinema Boldini a vedere “Le avventure del Barone di Munchausen” di Terry Gilliam e capì che tutte le mie fascinazioni in relazione all’Egitto e all’arte, avevano preso vita e attraverso il cinema potevano essere presentate agli altri».
“Come pecore in mezzo ai lupi”, il titolo deriva da un passo della Bibbia?
«La ragione di questo titolo è che da un lato la religione, anche nelle sue forme più distorte, entra in maniera importante all’interno del film, dall’altro lato invece ci restituisce l’immagine chiave dell’interpretazione del film».
E quale sarebbe?
«I protagonisti hanno un proprio modo di vivere la religione, che in parte riflette il mio modo di viverla. Nei personaggi non c’è una netta distinzione tra chi è pecora e chi è lupo, perché di base se sei una pecora in mezzo ai lupi hai poche possibilità di farcela, e ciò rispecchia per me la condizione dell’essere umano che vive sempre situazioni al limite».
Nel film si mescolano generi diversi, un usanza più internazionale che italiana.
«Trovo questo film ascrivibile a una cinematografia abbastanza riconoscibile in cui c’è una componente crime. Sicuramente nel mercato italiano non sono tantissimi i film di questo tipo, ma non ultimo quest’anno è uscito “L’ultima notte di Amore” con Pierfrancesco Favino, che ha riscosso un rilevante successo. La contaminazione dei generi mi appartiene ed è favorita negli ultimi anni in Italia dall’ingesso nel mercato delle piattaforme streaming».
Che rapporto si è creato sul set?
«I rapporti nascono ben prima del set, che è durato 7 settimane e per un’opera prima è una gran fortuna. Per me era importante lavorare con gli attori e ho seguito tutto il percorso, dai casting al lavoro sui personaggi, fortificando così il legame con gli interpreti. Sono stata davvero fortunata a poter lavorare con un cast internazionale che si è dimostrato coeso e molto generoso».
Ferrara sta riaffermando la sua presenza nel cinema, lei ne è un esempio, anche la Scuola Vancini contribuisce al percorso, la conosce?
«Certo. Ho conosciuto Stefano Muroni al Giffoni Film Festival nell’anno del terremoto. In quel periodo stava iniziando i suoi progetti tra cui il Centro di Preformazione Attoriale in cui per anni ho tenuto un mio corso. Nel tempo ho poi continuando a tenere diverse masterclass anche alla Scuola Vancini perché credo molto nel contatto con i ragazzi».l
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