La Nuova Ferrara

L’intervista

Ferrara, Saverio Grandi: «La musica non deve essere una gara»

Nicolas Stochino
Ferrara, Saverio Grandi: «La musica non deve essere una gara»

Da Vasco Rossi a Laura Pausini: «Scrivere per altri richiede una riflessione in più»

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Ferrara Ha preso avvio da Cento il percorso di uno dei nomi più rilevanti della musica italiana degli ultimi quarant’anni: Saverio Grandi. Musicista, autore, compositore e cantante classe 1962, ha attraversato le stagioni della canzone con uno sguardo sempre lucido e appassionato. Tre album pubblicati a suo nome, una carriera da frontman con i Taglia 42, oltre trecento brani scritti per sé e per altri. Ha firmato testi per artisti che hanno segnato la storia della musica italiana: da Vasco Rossi a Laura Pausini, passando per gli Stadio ed Eros Ramazzotti. Trasferitosi poi a Ferrara, ha contribuito a scrivere almeno venti tra le canzoni che fanno parte dell’immaginario collettivo nazionale. Tra una sessione in studio e un progetto online, Saverio Grandi ha raccontato a la Nuova Ferrara la sua storia e il suo sguardo sul presente della musica.
Artista a tutto tondo: com’è iniziata la passione per la musica?
«È una passione che mi è stata trasmessa da mio padre e da mia madre. Ho iniziato a studiare chitarra classica da molto piccolo e mi sono diplomato al conservatorio, ma parallelamente ho sempre amato la musica leggera. Un nome su tutti: Lucio Battisti, che insieme a Mogol mi ha influenzato moltissimo, portandomi poi a scrivere canzoni».
Ha scritto per tanti, tra cui Vasco Rossi. Com’è collaborare con lui?
«Con Vasco non si scrive “per”, si scrive “con”. È un artista che mette molto di sé in ogni brano, e questo rende la collaborazione viva e stimolante. L’ultimo pezzo pubblicato insieme risale a un anno e mezzo fa. Lui resta il numero uno: lo dicono i numeri, lo dicono gli stadi pieni. Ho avuto il piacere e l’onore di vivere lo studio di registrazione insieme a lui e posso confermare che è la persona più consapevole e introspettiva con cui abbia mai lavorato».
Ha firmato brani poi passati dai talent come Amici e X-Factor. Cosa pensa di quel mondo?
«Non amo il meccanismo del giudizio. Se fossi un giovane cantautore non accetterei mai di farmi valutare in quel modo. D’altro canto capisco che oggi emergere senza passare da lì è difficile. I giudici, a mio parere, sono lì soprattutto per farsi vedere: basti pensare a Giorgia, la più grande cantante italiana, che a X-Factor ha scelto di fare la presentatrice e non la giudice».
Nel 2016 come autore ha vinto Sanremo con gli Stadio grazie a “Un giorno mi dirai”. Che opinione ha del Festival?
«Dal punto di vista televisivo è molto divertente, dietro le quinte meno, perché è soprattutto promozione. L’ho vissuto anche con i Taglia 42 e posso dire che è esattamente quello che appare: una grande kermesse in cui ognuno porta la propria canzone sperando che arrivi fino all’estate. La musica non dovrebbe essere una gara, e invece lì diventa una competizione tra cantanti. Ciò che fa sorridere è che per una settimana l’Italia intera si ferma e non esiste altro oltre alla gara».
Autore per altri ma anche per sé stesso: come cambia la scrittura?
«I miei dischi li ho fatti sempre un po’ per gioco. Scrivere per altri significa invece immaginare che qualcun altro interpreterà quelle parole, e richiede una riflessione in più. Ho inciso tre album miei, resi possibili grazie a chi ha creduto nella mia arte. Ma se avessi voluto pensare alle vendite, avrei tenuto per me certe canzoni che invece ho dato ad altri».
Come giudica la scena attuale degli autori e della musica italiana?
«Ci sono autori molto bravi, lo dico spesso anche a loro. Il problema non sono gli autori, ma la musica degli ultimi anni, che è peggiorata. Questa è la prima estate dal 1962 senza un vero tormentone. Le radio hanno grandi responsabilità: trasmettono ciò che viene imposto, senza criteri di qualità ma solo di quantità».
Su YouTube pubblica video dedicati alla musica. Com’è nata l’idea?
«Ho iniziato per gioco, durante un periodo in America in cui mi annoiavo. Non posso trasmettere musica per questioni di copyright, nemmeno i miei brani, ma cerco di fare divulgazione e mi diverto. È il mio spazio libero, senza imposizioni: continuerò finché mi darà piacere».
Aveva avviato anche un podcast, “Attributi”. Ci tornerà?
«Era un esperimento per capire se potevo spingermi oltre la musica, parlare di cinema o altri temi. Ma ho visto che non è facile: il pubblico si aspetta che io parli di musica. Ogni tanto proporrò comunque qualcosa di diverso, e vedremo le reazioni».
Quanto è legato a Cento e quanta Ferrara c’è nella sua arte?
«Sono centese e, anche se la città non è più quella che ho lasciato, resto molto legato alle origini. Ferrara invece è un gioiello: ogni passeggiata in centro è fonte di ispirazione. Vivere in una città d’arte così bella inevitabilmente lascia tracce anche nella mia musica».

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