La Nuova Ferrara

L’intervista

Una vita per il violino, Lucilla da Ferrara ad Hannover sulle note della Belle Époque

Nicolas Stochino
Una vita per il violino, Lucilla da Ferrara ad Hannover sulle note della Belle Époque

“Lumière du Temps” è l’ultimo lavoro discografico della giovane violinista ferrarese. «Amo la musica particolare, nel disco è rappresentata da Debussy e Lili Boulanger»

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Ferrara Nei giorni scorsi Lucilla Rose Mariotti è tornata a Ferrara per presentare dal vivo, al Ridotto del Teatro Comunale Abbado, il suo nuovo disco “Lumière du Temps”. Un ritorno a casa, approfittato anche per trascorrere qualche giorno di festa in famiglia, dopo anni di studi e concerti che l’hanno portata in giro per il mondo e a trasferirsi in pianta stabile prima a Londra e adesso ad Hannover, in Germania. Giovane violinista di talento, Mariotti racconta ai lettori de la Nuova Ferrara la genesi del suo ultimo lavoro discografico, il rapporto con l’estero e il desiderio di trasmettere la passione per la musica alle nuove generazioni.

“Lumière du Temps” è il suo nuovo disco: che tipo di album è?

«È un progetto nato diversi anni fa come programma da concerto. La vita poi mi ha portata a vincere un concorso a Vienna che mi ha dato la possibilità di suonare per due anni un magnifico Stradivari: da lì è maturata l’idea di fissare su disco il suono di quel violino così com’era nelle mie mani. Parallelamente è arrivata l’ispirazione visiva, dopo una mostra di Boldini vista a Palazzo dei Diamanti. Mi affascina molto tradurre la musica in immagini e mi sono chiesta quale potesse essere la colonna sonora del suo tempo».

Da qui l’idea di ambientare il disco nella Parigi della Belle Époque?

«Esatto. Boldini dipingeva i salotti francesi, luoghi in cui la musica era centrale. Ho poi scoperto Alfredo D’Ambrosio, compositore napoletano che all’epoca era una vera celebrità nei salotti parigini, un po’ come lo stesso Boldini. Oggi è quasi dimenticato e mi piaceva l’idea di riportare alla luce questi brani, affiancandoli ad altri pezzi particolari del periodo. Adoro sperimentare e suonare brani non conosciuti, soprattutto in sala di registrazione, perché sono le incisioni che poi rimangono indelebili a vita».

La tracklist racconta una storia?

«Il disco segue idealmente una giornata di una dama della Belle Époque: si apre con “Chanson de Matin” e si chiude con “Chanson de Nuit”. Ho voluto aggiungere anche “Adieu”, quello che io definisco un piccolo gioiellino, un un brano di due minuti raramente eseguito, a rappresentare un ultimo saluto. È un modo per evocare la fine di un’epoca luminosa che di lì a poco sarebbe stata travolta da un periodo molto più buio della storia europea».

Nel disco c’è anche una forte componente personale.

«Riflette anche le mie origini: mia madre è inglese, la mia bisnonna era francese. Questo “miscuglio” culturale è parte di me e si ritrova nella scelta del repertorio. Le registrazioni restano nel tempo e sentivo il bisogno di lasciare un segno che mi rappresentasse davvero».

Il disco è inciso con il pianista Alessio Enea. Come nasce la vostra collaborazione?

«Ci siamo conosciuti al Royal College di Londra, dove entrambi eravamo fellow. La mia era una fellowship generale, dedicata a un progetto che mi ha portata a lavorare sulla sinestesia, una condizione neurologica per cui le persone ascoltano la musica e vedono i colori. La fellowship di Alessio invece prevedeva l’accompagnamento degli strumenti ad arco. Gli ho raccontato l’idea di “Lumière du Temps” e ha accettato subito: è stato un incontro musicale molto naturale».

Avete già portato il disco dal vivo. Quali sono le prossime tappe?

«Abbiamo presentato il progetto a Brescia, Londra e Ferrara. Il prossimo appuntamento sarà il 15 febbraio alla Sala dei Giganti di Palazzo Liviano a Padova, grazie a un premio vinto con l’associazione Amici della Musica. Stiamo lavorando anche a nuove date, tra cui Londra a maggio».

Tra i brani spicca una rarità di Debussy.

«È probabilmente l’episodio più curioso del dietro le quinte del disco. Cercavo un suo brano poco conosciuto e ho passato giorni interi nella biblioteca del Royal College. Nell’ultima pagina di un grande volume ho trovato “Valse romantique”: me ne sono innamorata subito ed è entrata nel progetto».

Un’altra particolarità del disco?

«Sicuramente la presenza di brani di Lili Boulanger, compositrice francese che, in quanto donna, è stata suonata molto poco, anche se ora sta tornando in voga. Era molto conosciuta anche sua sorella e all’epoca avere due donne entrambe di successo non era una cosa consueta. Ha inoltre avuto la sfortuna di morire presto. Da musicista donna, sono molto orgogliosa di aver proposto in questo disco due suoi brani».

Oggi vive all’estero: da quanto tempo è via dall’Italia?

«Attualmente vivo ad Hannover, dove sto concludendo il percorso di Alto Perfezionamento. Sono all’estero da quasi cinque anni, da quando mi sono trasferita a Londra per il master al Royal College».

Cosa significa, a vent’anni, vivere lontano da casa?

«Mi manca l’Italia, più di quanto ci si renda conto quando si è qui. Da italiani non ci rendiamo conto di quanto il nostro sia un bel paese, nonostante le sue difficoltà. Mi manca il cibo, soprattutto quello di mamma, ma anche un certo modo di vivere. Studiare all’estero però ti apre la mente, ti insegna a guardare le cose da prospettive diverse».

All’estero la musica classica è vissuta in modo diverso?

«Purtroppo sì. L’Italia è la patria della musica, ma manca una vera educazione musicale diffusa. La musica classica non si “consuma”: si studia, si comprende, si vive. Per apprezzare la musica classica bisogna conoscere la storia, la vita dei compositori, gli avvenimenti e soprattutto occorre andare a teatro e viverla in prima persona».

E invece?

«Invece oggi la musica è vendere i biglietti, perché solo così si può sostentare. Mio padre ha lavorato a Praga per diversi anni e ricordo una volta che andai a trovarlo e mi portò a teatro a vedere l’Aida. Era un mercoledì sera ed era completamente sold out, perché lì costava meno del cinema. In Italia invece i prezzi sono davvero troppo alti per cui magari anche dei ragazzi che sono interessati non sono in grado di pagare tali cifre».

Come riesce a coltivare le amicizie da quando vive all’estero?

«Ammetto che è difficile coltivare i rapporti a distanza, ma la tecnologia e i social in questo ci aiutano tantissimo. In questi giorni in cui ho avuto la fortuna di riuscire a tornare a Ferrara, ho colto l’occasione per andare a trovare la mia migliore amica. Abita in Toscana e non ci vedevamo da tre anni. Noi musicisti siamo abituati a questa distanza e tra di noi capita di incontrarci in giro per il mondo durante i diversi concerti. La musica poi è un po’ come lo sport: la carriera non può durare in eterno per cui è tutto molto concentrato adesso che si è giovani».

Quante ore al giorno studia il violino?

«Dipende molto dai periodi, ma direi una media di sei ore al giorno. Ci sono giornate di viaggio in cui non riesco a studiare affatto, e poi tutto dipende se la preparazione è per un concerto o per un concorso».

Dopo palcoscenici come la Sydney Opera House, dove sogna ancora di esibirsi?

«La Royal Albert Hall di Londra: ci ho già suonato, ma in modo quasi frenetico, senza potermela godere davvero. E poi l’Elbphilharmonie di Amburgo, per la sua acustica straordinaria».

Suonare invece “a casa”, al Ridotto dell’Abbado, che emozione è stata?

«Fortissima. In sala c’erano amici, parenti, miei vecchi insegnanti. Avere in platea persone che si conoscono è bellissimo ma aumenta anche l’ansia. Però l’affetto ricevuto ripaga tutto. E poi quella sala è splendida: guardare fuori e vedere il Castello Estense è qualcosa di unico».

Le capita di stare dall’altra parte della cattedra?

«Sì, tengo masterclass e insegno quando posso. Amo insegnare e in futuro mi piacerebbe farlo anche a livello universitario. Trasmettere l’amore per la musica è una responsabilità enorme ma anche un privilegio».

Come vede il rapporto tra i giovani e la musica classica oggi?

«Serve trovare nuovi linguaggi. È difficile tenere un adolescente fermo due ore a teatro. Alcuni colleghi stanno sperimentando forme diverse, anche attraverso i social. A Parigi ho partecipato a “Les Arènes de la Nuit”, un nuovo festival organizzato da due miei amici, Aurelien e Raphael Froissart. Sono diventati noti soprattutto su TikTok dove contano milioni di follower e hanno creato un nuovo modo di proporre la musica classica».

Progetti per il 2026?

«A maggio suonerò con i London Mozart Players all’English Music Festival, con un repertorio da riscoprire. A marzo sarò ancora in Inghilterra con il Phoné Williams Quintet. Continuerà anche il tour di “Lumière du Temps”, insieme a nuovi progetti che annuncerò presto». l

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