La Nuova Ferrara

L’intervista

Ferrara, Formignani torna con l’album “202”: «Il blues come arma per non mollare»

Samuele Govoni
Ferrara, Formignani torna con l’album “202”: «Il blues come arma per non mollare»

Venerdì 23 gennaio, al Ridotto del Teatro Comunale la presentazione del disco. Il musicista ferrarese: «Nelle canzoni parlo di me e di ciò che sento»

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Ferrara Si intitola “202” il nuovo disco di Roberto Formignani, che verrà presentato venerdì 23 gennaio alle 18 al Ridotto del Teatro Abbado di Ferrara (corso Martiri della Libertà, 5). “202” è un album pieno, vivo, suonato e vissuto. Undici brani in cui Formignani mette tutto se stesso, consegnando all’ascoltatore il suo lato più intimo. Per l’immagine di copertina è stata scelta una foto in bianco e nero di Guido Harari. Il chitarrista e autore ferrarese posa con la chitarra e un paio di occhiali da sole a goccia. Sulle labbra un sorriso appena accennato, quasi un gesto di sfida, a dimostrare che quella grinta blues-rock che lo accompagna da sempre c’è ancora tutta. Formignani parlerà del disco insieme all’assessore alla Cultura Marco Gulinelli; saranno presenti, tra gli altri, anche il bassista Alessandro Lapia e il batterista Roberto Morsiani. In vista dell’incontro lo abbiamo intervistato.

Com’è nato “202”?
«Il disco precedente si era concluso con alcune idee rimaste nel cassetto. Nel corso del tempo ho fatto altro, composto altra musica e poi un giorno ho riaperto quel cassetto. Sui fogli ho ritrovato i miei appunti: alcuni pezzi erano solo abbozzati e altri già un po’ più strutturati. Ho deciso di rimetterci mano e migliorarli, a volte stravolgerli, e poi registrarli insieme a quelli scritti più di recente».

Come funziona la lavorazione?
«Per noi va sempre più o meno nello stesso modo. Io scrivo le musiche, faccio sentire i provini alla band e ciascun musicista lavora su quelle basi. Alla fine, quando la parte musicale è stata completata, aggiungo la voce. Ognuno di noi incide le proprie parti per conto suo; raramente ci troviamo tutti assieme in studio, forse perché c’è una tale affinità e conoscenza che ci capiamo al volo anche se non siamo nella stessa stanza».

Le chitarre ovviamente sono affar suo, dove le registra?
«Perlopiù a casa, nel salotto che poi è diventato il mio studio tra chitarre, fogli sparsi e dischi mitici. Ma più di una volta mi è capitato anche di registrare a scuola, nella mia aula. Finite le lezioni resto solo e mi prendo tutto il tempo che mi serve per capire cosa funziona e cosa no. È un processo che richiede il suo tempo, senza forzature».

E le canzoni? Quelle come nascono?
«Alcune arrivano quasi per caso, altre sono l’evoluzione di esperienze fatte e cose viste. Per esempio, “Early Fifties”, il brano che apre l’album, è uscito da solo: le dita hanno iniziato a muoversi sulla chitarra e non ho dovuto fare altro che seguirle. La seconda, “Dirty Road”, era solo un abbozzo, un provino, poi riascoltando la registrazione sul telefonino mi è piaciuta e sono andato avanti… Venendo ai brani più intimi, invece, non posso non citare “Hey My Lord”, uno dei pezzi che sento di più».

Perché?
«Per tutta la vita ho avuto una figura al mio fianco, una sorta di angelo custode con cui mi sono confrontato e con cui ho dovuto anche fare i conti. Questa canzone è una specie di dialogo tra me e lui, sul tempo vissuto e sulla strada percorsa fino a qui».

Poi c’è “The Blues Door”...
«Ho pensato molto al periodo della schiavitù, alle ingiustizie passate e a quelle che continuano ad affliggere il presente. Mi sono imbattuto in un documentario sull’isola di Gorée (Senegal, ndr), da cui migliaia di donne, uomini e bambini sono partiti in catene verso l’America. È lì che si trova la cosiddetta “Porta del non ritorno” ed è a lei e a tutto ciò che rappresenta che ho dedicato questa canzone».

Dopo l’album pubblicato nel 2020, il primo a suo nome, avrebbe detto che sarebbe tornato con un altro lavoro da solista?
«È una questione quasi fisiologica: ogni quattro o cinque anni sento il bisogno di tornare a dire la mia. Ha senso? Ha ancora senso? È una domanda che mi sono posto spesso, specie negli ultimi anni. Quelli della mia generazione, che credevano che la musica potesse fare la differenza, se non addirittura cambiare le cose, si trovano oggi a confrontarsi con un mondo sempre più veloce e spesso distratto… chi ha tempo o voglia oggi di ascoltare un album dall’inizio alla fine? Però penso che non si possa ridurre nemmeno tutto a questo».

Cioè?
«Io non so se un disco ha il potere o meno di cambiare le cose, ma so che può fare la differenza per chi lo incide, per chi sceglie di condividerlo e per chi lo fa suo. Un disco è una traccia, è un segno del tuo passaggio su questa Terra e da musicista penso che sia importante lasciare qualcosa».

Quindi lei crede ancora nel potere della musica.
«Sì, e fino a quando avrò qualcosa da dire continuerò a farlo. Lo sento come un dovere nei confronti dell’universo. Ho passato la vita a suonare la chitarra, ho vissuto di musica e ho superato momenti difficili anche grazie a lei. Incidere una canzone e un disco è per me come restituire qualcosa: è compiere un atto d’amore nei confronti di una cosa che mi ha fatto sentire bene».

Un consiglio per chi si affaccia a questo mondo?
«Lo canto in “All In Vain”. Spesso sembra che i sacrifici siano inutili, che lo studio e la costanza non portino da nessuna parte, ma non è così. Ai giovani dico questo: fate quello che volete, fatelo bene e divertitevi. Questo non vale solo per la musica. I momenti no saranno sempre pronti a buttarci giù ma noi non dobbiamo permetterglielo. Se c’è una cosa che il blues e il rock mi hanno insegnato è proprio questa: sbattersi sempre, mollare mai».

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